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Dopo la piazza centrale e l’Azione Cattolica, il Cinema Arlecchino era il luogo d’incontro negli anni cinquanta – sessanta dei giovani sommesi.  Un luogo privilegiato, che faceva sognare, riscattare ed educare le generazioni di quell’epoca.

 

Si viveva impastati nei fotogrammi dell’epoca, si rubavano la parole alla celluloide, si respiravano mondi distanti solo un panno bianco. Nelle lunghe estati delle infanzie – ma anche nei pomeriggi dopo la scuola e lo studio – era diventato il luogo dove ciascun ragazzo poteva essere Brancaleone, Maciste, l’ultimo dei Moicani, Ringo o Lancillotto, come afferma il prof. Ciro Raia. Carlo De Vita era il proprietario: un uomo dal carattere dolcissimo, sempre sorridente, dalla voce baritonale. Dire Carlo significava dire cinema a Somma. Era l’erede, infatti, di una famiglia che aveva ripreso l’antica tradizione dei film muti in una vecchia sala di Rione Raimondi, era passata al cinema Impero di via Gramsci dal 1937 al 1957, all’arena Torino all’interno dell’omonimo palazzo (ora Municipio) e, da ultimo, alla sala del cinema Arlecchino in via Roma, la sala da seicento posti invidiata da tutti i paesi limitrofi, oggi Teatro Summarte. Ogni giorno della settimana aveva un suo genere: i kolossal, le prime visioni di zona, i film d’essay, i filoni popolari. Di giovedì, invece, una vecchia auto con altoparlante annunciava la serata popolare a prezzi popolari. Il cinema Arlecchino era un po’ il vanto di Somma Vesuviana: arioso, spazioso, multicolore nelle luci, acusticamente valido. Era stato inaugurato il 27 novembre 1954. Nell’occasione fu proiettato “La figlia del reggimento” con Antonella Lualdi, Isa Barzizza e Carlo Croccolo. Il giorno dopo era stata la volta del kolossal “Giulio Cesare” con Marlon Brando. I giorni trascorrevano tra la cassa, la sala di proiezione e la cabina, dove un addetto arrotolava e srotolava pellicole e cuciva fotogrammi. Una folla immensa si accalcava alle porte e, specie nei giorni festivi, un addetto staccava  biglietti, alzava la voce, invitava i più rumorosi al silenzio, girava tra le poltrone, si affacciava nei bagni e apriva le porte.  C’era il barista, ma c’era anche  l’operatore sempre attento al riavvolgimento della pellicola, ai rappezzi dei fotogrammi, alle proteste degli spettatori quando la pellicola si spezzava, continua il prof. Raia. Don Carlo, il proprietario, partiva per Napoli per recarsi alle case di distribuzione cinematografica, che erano tutte ubicate in Calata Trinità Maggiore. Sui sedili posteriori della sua Fiat 500 Giardiniera, di colore bianco, erano posizionate le pellicole dei film nelle scatole di ferro. Bisognava accaparrarsi, a tutti i costi, la prima visione di zona e poi, provvedere a farle recapitare al locale di un altro paese. Poi, all’improvviso, il tonfo, il silenzio e il vuoto. La struttura maestosa si perse nella sua solitudine. Le crescenti difficoltà portarono rapidamente alla crisi quella che all’inizio si era dimostrata una fortunata iniziativa. Nonostante ciò, Don Carlo De Vita, pur non vendendo la sua struttura molto richiesta, decise di proseguire sperando in un miglioramento della situazione. Ma ogni speranza di rilancio fu vana. Quando, ieri pomeriggio, è partito il corteo funebre, dietro la bara di “Don” Carlo c’erano i familiari e insieme gli amici di sempre: ma c’erano pure – conclude il prof. Ciro Raia –  anche Eduardo Nottola (Rod Steiger), Ramòn Rojo (Gian Maria Volontè), Mathilde Bauchard (Fanny Ardant), Guido Carani (Amedeo Nazzari) e tanti altri ancora. Per tutti era Don Carlo del Cinema Arlecchino.