Acerra, pistola puntata sull’operaio della ditta di pompe funebri. La Pacilio aveva già subito l’ennesimo attentato al funerale di don Riboldi

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La canna della pistola gli è stata appoggiata sul costato, mentre stava affiggendo i necrologi. In un istante il terrore si è impadronito di un operaio della ditta di pompe funebri di Acerra. « Smettila di mettere i manifesti e dammi le chiavi del furgoncino », la minaccia del criminale di turno, il volto coperto da sciarpa e cappuccio. L’addetto dell’impresa funeraria ha quindi gettato a terra necrologi e pennello inzuppato di colla e si è voltato ritrovandosi la pistola puntata in faccia. A quel punto c’è voluto un istante per consegnare la chiave del furgoncino scongiurando il pericolo di finire morto ammazzato. C’è terrore ad Acerra. La ditta Pacilio è appena reduce dall’esplosione di una bomba caricata a chiodi e piazzata sull’uscio della sede. L’ordigno è stato fatto brillare nella notte tra martedi e mercoledi a pochi passi dal duomo e proprio nel giorno del funerale di don Antonio Riboldi, primo vescovo anticamorra. E’ stato un vero sfregio alla sua memoria. Il segnale di una sfida allo Stato. Intanto l’impresa funeraria sta pure subendo sempre lo stesso tipo di rapina: quattro furgoncini che non valevano niente in quattro anni. « E guarda caso ogni volta a dicembre – racconta Carmine Pacilio, 58 anni, titolare dell’omonima ditta – e ogni volta a pochi giorni dal Natale ». L’ultimo veicolo sottratto all’alba di qualche giorno fa, in piazza San Pietro, pieno centro, è stato poi ritrovato dal piccolo imprenditore casualmente, dopo una telefonata a un meccanico della zona che Pacilio consosce. Era parcheggiato vicino all’officina. E’ stato facile individuarlo perchè porta lo stemma della ditta sulle fiancate. L’episodio è stato regolarmente denunciato ai carabinieri. La pista principale seguita è quella del più classico dei cavalli di ritorno, il furto di un autoveicolo che è però possibile recuperare in poco tempo con il pagamento ai criminali di una tangente. « Ma io non ho pagato un bel niente, mai », tiene a precisare Pacilio. Il piccolo imprenditore non ce la più. Ha subito dieci attentati nello spazio di tre anni: autobombe, spari sulla casa e sul negozio, teste di maiale lasciate sulla porta del suo appartamento. E ora il sospetto fondato che tutti questi furti stiano in realtà nient’altro che minacce a scopo estorsivo. «Lo ripeto: non è la prima volta che rapinano a un mio operaio il furgone della ditta – racconta Pacilio – per cui non mi spiego nemmeno questo accanimento a rapinare di continuo i mezzi dell’impresa. Inoltre il furgone in questione, che ho comunque ritrovato, non ha nessun valore ma le modalità della rapina sono state molto violente: il mio dipendente si è ritrovato con una pistola puntata addosso. Non si può lavorare sotto questo terrore continuo ». Il quadro camorristico di Acerra è intricato. Quel che si sa è che da queste parti c’è una malavita emergente che proviene dalla periferia di Napoli e che si è agganciata a quella locale. I nuovi “guaglioni” vogliono far sentire il loro peso e puntano su quelle poche aziende che qui hanno ancora un minimo di fatturato. Camorra violenta che vuole soppiantare quella storica, autoctona. Ma ad Acerra tradimento e trasformismo sono la regola. In questa frammentazione c’era la costante altalena tra concorrenza e cooperazione delle famiglie “storiche”: i Crimaldi, i De Sena, i De Falco-Di Fiore, i Di Buono. Ora però il quadro è cambiato. Ci sono personaggi che vogliono farsi strada. E c’è anche chi tra loro, sia pure di provata caratura mafiosa, non è stato mai incastrato, neppure una volta: fedina penale illibata, o quasi.

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