Riceviamo e pubblichiamo
C’erano tempi in cui bastava passare davanti a un bar del paese per capire che, da qualche parte, si stava giocando a carte. Non serviva nemmeno entrare: bastavano le voci, una risata, una protesta o il rumore inconfondibile delle carte sbattute sul tavolo.
Le carte napoletane facevano parte della vita quotidiana. Erano presenti nelle case, nei bar, nei circoli, nelle feste e nelle giornate della provincia. Giocare non significava semplicemente prendere un mazzo di quaranta carte e iniziare una partita: era un vero e proprio rito. C’era un modo preciso di mescolare, tagliare e distribuire e ognuno aveva le proprie abitudini.
Anche il linguaggio aveva un ruolo importante. Al tavolo si usavano parole, espressioni, sguardi e gesti che gli esperti comprendevano immediatamente. Bastava il modo di giocare una carta per comunicare qualcosa all’avversario. Non mancavano gli sfottò e le provocazioni: la partita era competizione, ma anche un piccolo teatro fatto di battute e risate.
Naturalmente non sempre tutto si svolgeva con tranquillità. Una presa contestata o una giocata considerata scorretta potevano provocare discussioni e accuse di aver barato. Gli animi si scaldavano e, nei casi peggiori, si arrivava agli insulti. Eppure, il giorno dopo, spesso gli stessi giocatori tornavano allo stesso tavolo, pronti a ricominciare.
C’erano anche quelli che venivano chiamati “scioperati”, uomini che passavano molte ore al bar a giocare invece di lavorare o tornare a casa. Oggi sappiamo che alcuni di questi comportamenti potevano nascondere una vera dipendenza, anche se allora non si conosceva ancora il termine ludopatia. Tuttavia, sarebbe sbagliato ricordare quel mondo soltanto per questo aspetto.
Il tavolo delle carte era infatti soprattutto un luogo d’incontro. Si parlava del lavoro, dei figli, del calcio, della politica e delle persone del paese. Si commentavano le notizie e si raccontavano storie. Il bar diventava così una piccola piazza, dove il gioco permetteva alle persone di stare insieme.
Oggi scopa, briscola, tressette e altri giochi tradizionali esistono ancora, ma hanno perso gran parte della loro presenza quotidiana. Nel frattempo è cambiato anche il modo di giocare: sono arrivati il Gratta e Vinci, le lotterie, le scommesse e il gioco online. Non servono più un tavolo, altre persone o un luogo preciso: il gioco può essere disponibile in qualsiasi momento, anche da soli.
È cambiato anche il linguaggio. Al posto delle parole, dei gesti e delle abitudini condivise del tavolo ci sono uno schermo, un numero, un biglietto, un’estrazione o un clic. Eppure rimane qualcosa di molto simile: la speranza di ottenere la carta giusta, il numero vincente o la possibilità che qualcosa nella propria vita possa cambiare.
Per questo il gioco non riguarda soltanto il denaro, ma anche il desiderio umano di rischiare e sperare, insieme alle proprie debolezze e, qualche volta, alla solitudine. Non bisogna quindi idealizzare il passato: anche allora esistevano perdita di tempo e denaro, litigi e dipendenze.
C’è però un aspetto di quel mondo che vale la pena ricordare: la compagnia. Il volto dell’avversario, le battute, le risate, le discussioni e il rumore delle carte sul tavolo facevano parte di un’esperienza condivisa.
Forse è proprio questa la differenza più importante tra ieri e oggi. Un tempo si poteva perdere una partita e tornare a casa dopo aver trascorso un pomeriggio in compagnia. Oggi si può vincere qualcosa senza aver parlato con nessuno.
Le carte napoletane non erano quindi soltanto un passatempo, ma un pezzo della nostra cultura popolare: un piccolo teatro fatto di parole, gesti, furbizie, risate e discussioni. E forse, quando ricordiamo quei tavoli, non rimpiangiamo soltanto il gioco, ma un tempo in cui, per giocare, bisognava prima sedersi accanto a qualcuno.
Vincenzo Nocerino
