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Violenza domestica: quando l’avvocato ha le mani legate

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Le forze dell’ordine possono agire solo su espressa delega dei magistrati, che si trovano a doversi confrontare con centinai di casi, sulla scorta di elementi che, pur nella loro concretezza, appaiono di difficile dimostrazione.

Il diritto penale sostanziale, nonché quello squisitamente processuale, si trovano a doversi continuamente misurare con situazioni imprevedibili, al limite dell’urgenza, per le quali non è consentito tergiversare o cadere in lungaggini, stante la particolare delicatezza degli interessi in gioco e lo scongiurare il verificarsi di situazioni talvolta intollerabili.
Come è intuitivo, tali dinamiche appartengono sovente al diritto di famiglia, ed in particolare alle violenze che si concentrano in campo domestico, specie quando la vittima manifesta la volontà di recidere il proprio legame sentimentale o rifarsi una propria vita.

Sulla violenza domestica, purtroppo, nonostante i dati statistici incoraggianti e le prospettive offerte dai mass media, si continua a fare troppo poco: le stesse forze dell’ordine, spesso e volentieri, hanno le mani legate, perché in grado di agire solo su espressa delega dei magistrati, i quali si trovano a doversi confrontare con centinaia di casi, tutti urgenti e delicatissimi, sulla scorta di elementi che, pur nella loro concretezza, appaiono di difficile dimostrazione.
Eppure, non è retorica sottolineare le falle di una sistema che, ad oggi, interviene spesso solo quando è troppo tardi, ovvero quando la violenza arriva a manifestazioni estreme, nonché nei casi più gravi alla morte delle vittime, spesso donne e legate ai loro carnefici da vincoli di natura sentimentale.

Nel caso concreto, è giunta allo studio legale E., una donna non più giovanissima che, dopo aver subito violenze per l’intera vita matrimoniale, ha deciso di porre fine al proprio legame sentimentale attraverso una separazione legale. Inutile dire che tale decisione ha sconvolto letteralmente suo marito, legato all’idea di poterla gestire a proprio piacimento, complice un contesto familiare e personale particolarmente degradato.
E. tuttavia, dimostrando un coraggio non facile, ha deciso di andare avanti per la sua strada, pur consapevole che la vita per lei sarebbe diventata un vero inferno: suo marito, messo alla porta, ha cominciato a renderle la vita impossibile, appostandosi sotto casa, impedendole addirittura di uscire anche solo a fare la spesa, arrivando a massacrarla di botte e rompendole, nell’ultimo alterco, addirittura il setto nasale.

Casi come questi, nonostante la loro gravità, mettono il difensore a durissima prova: la denuncia, difatti, non è che il primo passo da compiere in reati del genere, ma non basta ad arginare il crescendo di violenza. Sarebbe necessario ottenere l’applicazione di una misura cautelare, anche solo di allontanamento, ma non è sempre impresa facile, posto che dovrebbe passare per l’allegazione di documentazione, di sanitari psicologi o forze dell’ordine, che spesso non esiste o è difficile fornire.

L’ultima parola, in questo ed altri casi del genere, spetta come sempre solo alla magistratura ed alla sensibilità del singolo appartenente alla categoria, nelle figure rispettivamente del Pubblico Ministero e del Giudice per le Indagini Preliminari, unici soggetti in grado di poter richiedere e far applicare concretamente misure custodiali ed interrompere qualsivoglia iter criminoso.

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