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Usi e costumi delle giovani mamme che la mattina accompagnano i figlioletti a scuola:

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Hanno un modo artistico di parcheggiare l’ auto. I dieci metri che i loro bambinelli fanno a piedi esse li immaginano come un pericoloso percorso attraverso una foresta. Poi si aggruppano davanti ai cancelli della scuola, e parlano, parlano::

Le giovani mamme accompagno i figlioletti a scuola: è uno spettacolo che va in scena ogni mattina prima lungo le strade che portano alle scuole, poi davanti agli edifici che ospitano gli istituti, pubblici e privati. Cambiano i paesi e i teatri, ma il copione è sempre lo stesso. Un copione per i giorni di sole, uno per quelli di pioggia, o di pericolo di pioggia.

C’è la giovane signora che ogni mattina trascina il bambinello che rilutta: un giorno rilutta in silenzio, la faccia ‘ntufata, il giorno dopo rilutta con una finzione di pianto, ‘na ‘nziriama te muove neh, ogni matina fai ‘o ciuccio. Guarda a Peppino. Sturci, nun ne fa.

Peppino è un bambinello che non si fa trascinare, anzi precede sua madre, con un passo non proprio entusiasta, ma composto, la schiena curva sotto il peso di uno zaino da sherpa nepalese. Alla mamma, che ha l’andatura caracollante e imperiosa di un fante della Legione Straniera, non fa piacere che suo figlio venga indicato, con tale schiamazzo, come esempio pe ”no ciuccio. Ma chi la conosce, questa vajassa:.

Alle ore 8, 15 di un martedì la strada davanti a una famosa scuola privata tenuta da suore è occupata da un ammasso di auto ferme e dallo strombazzo dei clacson di auto che vorrebbero o passare e andare oltre, o avvicinarsi il più possibile all’ingresso della scuola. Non ho bisogno di guardare. Se c’è tanta confusione, vuol dire che non c’è, stamattina, la suora che ogni giorno, all’inizio e alla fine delle lezioni, regola, con tenero sguardo e con piglio severo, il traffico di auto, mamme e bambinelli. Oggi l’ ingresso è ostruito da un macchinone a più piani, gli sportelli spalancati. L’ha lasciato lì una signora mamma che ha accompagnato il figlioletto attraverso il cortile della scuola fino alla porta dell’aula: e bene ha fatto, non si sa mai: sono cinquanta metri, il pavimento potrebbe essere scivoloso, dai fiori e dall’ erba delle aiuole potrebbero balzar fuori giaguari e lupi cattivi.

Portata a termine la missione, la mamma ritorna al suo macchinone, e risponde con uno sguardo di irritato stupore all’ inelegante vociare di protesta che l’accoglie. La osservo : sto aspettando da qualche minuto che la strada si liberi: mi studio questa mamma stupita, cerco il commento più acconcio – non è facile trovarlo – per la sua espressione sfrontata, per la sbreffia con cui sale in macchina, chiude le porte e incomincia a strombazzare anche lei: ed è giusto: di chi sono queste auto parcheggiate dietro la mia ? E mo’ come esco? A strombazzo risponde strombazzo. Davanti a me, il distinto autista di una vecchia utilitaria, notando che il suo clacson non è sufficientemente rumoroso, abbassa il finestrino e incomincia a predicare, a schiassiare. Vorrebbe passare, l’insensibile egoista. Una mamma lo condanna alla pubblica gogna con una smorfia di disgusto: che gente.. non hanno rispetto nemmeno di bambini che vanno a scuola:Molte di queste mamme hanno un sogno: arrivare con l’auto fin dentro l’aula, in modo da calare il bambinello direttamente sulla sua sedia.

Sono quasi le nove, di ieri, mercoledì. La colonna delle auto è ferma davanti ai cancelli di una scuola pubblica, in una strada che ha un nome che in greco dovrebbe significare “scorciatoia”. Non si passa. C’è agitazione di mamme e di un paio di nonni. Una brunetta arringa incazzata le mamme contro le nuove norme che regolano l’iscrizione per il prossimo anno , un nonno racconta torvo la sua protesta a una splendida signora che pare uscita da un racconto cubano di Graham Greene: i due stanno fermi al centro della strada, e noi aspettiamo che la signora, imbarazzata, convinca il nonno ad accorgersi di noi e a spostarsi: lui infine si fa convincere, ma ci guarda come se si aspettasse di essere ringraziato, per il favore che ci sta facendo.

Ma ogni giorno, piova o ci sia il sole, sistemati i figlioletti in classe, accertata la presenza del personale, salutate e aggiornate sugli ultimi eventi le maestre, completati i controlli e impartite le ultime disposizioni, le giovani mamme si aggruppano davanti ai cancelli della scuola, in nuclei di cinque, massimo sei unità, e incominciano a conversare. La cosa può durare anche a lungo. In un giorno di qualche anno fa – l’anno in cui mi affidarono la direzione di un istituto comprensivo in un paese non lontano da Ottaviano – alcune giovani mamme restarono a chiacchierare davanti all’ingresso principale della scuola per due ore, ininterrottamente: dalle ore 8, 30 alle 10, 30 stettero ferme nella posizione iniziale: mossero solo le braccia e la testa. E la bocca.

I misogini saranno indotti dalla loro riprovevole superficialità a pensare che queste mattutine conversazioni delle giovani mamme siano imbottite solo di pettegolezzi. Non sono un misogino, e perciò non condivido questa banale, e volgare, lettura del fenomeno. Certo, il pettegolezzo un poco c’ entra. Lo si capisce dal fatto che nessuna giovane mamma si allontana per prima e da sola dal gruppo. Chi se ne va lasciando le altre ancora in riunione sa che, percorsi nemmeno dieci metri, diventerà bersaglio degli inciuci e delle putecarelle delle amiche: le faranno ‘e tagliarielli ‘ncuollo.

Lo farebbe anche lei. A me piace immaginare che parlino di scuola, delle maestre dei figli, talvolta di cucina. Ma prima di tutto, si rilassano. Si sono alzate minimo alle cinque, per prepararsi convenientemente a quella prima uscita in pubblico: non hanno un capello fuori posto, l’abito scende a pennello, la giovinezza sfolgora nella luce e nel calore dell’ essere mamma, è il momento della vita in cui essere e apparire ancora coincidono. Ancora per poco. Chiedo scusa alle giovani mamme per qualche inelegante giudizio che talvolta mi è stato dettato dall’impazienza e dalla imperdonabile incapacità di capire che esse, da sole o in gruppo, illuminano, vere ninfe urbane, l’inizio della giornata e il paesaggio.

Le giovani mamme entrano in un bar lungo la strada che da San Giuseppe mena a Terzigno, una strada in cui non c’è non dico una buca, ma nemmeno una screpolatura dell’asfalto. Ordinano il caffè, e nell’attesa, una biondina spalmata di creme fissando il petto di una delle amiche, il cui volto già bello è reso più affascinante da un sorriso scettico, dice: ma non è questo il maglione che hai preso due anni fa? Il sorriso della bella si accende e le parole scattano come colpi di lama: e che ne so, ne ho tanti di maglioni, prendo il primo che capita, vorrei vedere queste simpatiche – indica, attraverso la finestra, la strada dove ancora ‘ntalleano gruppi di mamme – queste simpatiche dove lo trovano il tempo per stuccarsi e pittarsi ogni mattina:Io a stento riesco a pettinarmi.

Ma come fanno i misogini ad essere misogini::

 LA STORIA MAGRA

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