In un articolo dell’87 Sciascia citò la nomina di Borsellino a capo della Procura di Marsala come prova che l’antimafia era un sistema di potere. Quando Borsellino venne ucciso, poco mancò che Sciascia venisse descritto dai suoi avversari come un mafioso.
“Le parole non sono come i cani cui si può fischiare a richiamarle”
Don Mariano Arena (Il giorno della civetta)
Anche a Sciascia capitò di essere morso e avvelenato dalle sue stesse parole, tirate fuori dal contesto, e costrette a confrontarsi con fatti accaduti successivamente.
Il 10 gennaio 1987, in un articolo sul “Corriere della Sera” intitolato “I professionisti dell’antimafia”, egli ripeté cose che scriveva da dieci anni, almeno: che l’antimafia si configurava, di giorno in giorno sempre più chiaramente, come “un sistema di potere”, protagonista, al di là delle intenzioni dei singoli, della battaglia politica: erano tempi in cui poteva ancora capitare che un semplice sospetto di collusione con la mafia stroncasse di botto anche la più solida delle carriere politiche. Sciascia, Bufalino e Consolo avevano dichiarato guerra a certi luoghi comuni costruiti ad arte per incrostare e sporcare l’immagine autentica della Sicilia; inoltre, non condividevano la tesi che la mafia fosse in guerra con lo Stato e con la società civile: sapevano che la mafia era da sempre, prima ancora che alleata e sodale delle istituzioni, soprattutto uno strumento nelle mani di uomini dello Stato.
Sciascia fu sfortunato nell’ indicare come esempio del sistema di potere dell’antimafia la nomina di Paolo Borsellino a capo della Procura di Marsala: nomina che, per ragioni di anzianità di carriera, toccava ad un altro magistrato. Borsellino non commentò: disse a Giuseppe Ayala che sarebbe rimasto in silenzio e avrebbe continuato ad ammirare Sciascia. Ma il 26 giugno 1992, un mese dopo l’assassinio di Falcone, Borsellino dichiarò: “Questo Paese, questo Stato, la magistratura che forse ha più colpa di ogni altro, cominciarono a far morire Falcone nel gennaio 1988, quando gli fu negata la guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo. Anzi, forse incominciò a morire l’anno prima, quando Sciascia sul “Corriere” bollò me e l’amico Leoluca Orlando come professionisti dell’antimafia.”
Il 19 luglio i mafiosi e forse parti dello Stato, o parti dello Stato servendosi forse di mano mafiosa , uccisero anche lui. Borsellino, che non era abituato a sprecare parole, faceva ricadere il sangue di Falcone sullo Stato, sulle sue istituzioni, sulla società civile , su “questo Paese”: un giudizio che Sciascia avrebbe certamente condiviso. Ma qualcuno preferì dare risalto solo all’aspro rimprovero che Borsellino aveva rivolto allo scrittore: sembrò che l’ assassinio del magistrato e quelle sue parole sull’ articolo del “Corriere“ costituissero l’occasione perfetta per una resa dei conti che alcuni intellettuali aspettavano da tempo, e che era, tuttavia, assai poco cavalleresca, visto che Sciascia non poteva difendersi: era morto tre anni prima.
Nel recensire il romanzo “Il Cigno“ di Sebastiano Vassalli Pino Arlacchi scrisse (La Repubblica, 11/12/93) che nei romanzi di Sciascia “Il giorno della civetta“ e “A ciascuno il suo“ non aveva trovato “il tanto celebrato impegno civile”: anzi, nella pagina del “Giorno della civetta“ in cui l’autore dichiara di “aver reso irriconoscibili i personaggi…per non urtare suscettibilità” aveva trovato “ segni di qualunquismo e di codardia civile”. Arlacchi divenne bersaglio di frecce e di sassi. Gesualdo Bufalino avanzò “un sospetto elegante e micidiale“ sul suo equilibrio psicologico, e Vincenzo Consolo lo colpi con argomenti adatti “più a competizioni pugilistiche che a dibattiti di idee”. A tutti Arlacchi cercò di rispondere con un articolo, il cui il titolo “Stregato dalla mafia” sta sotto una fotografia di Sciascia che fuma pensieroso e perplesso (La Repubblica, 23 dicembre 1993).
“Non ho niente da dire e niente ho detto sulla qualità artistica della narrativa di Sciascia, né sulla sua vigliaccheria o il suo coraggio personali. Sono temi intorno ai quali non ho titoli sufficienti per pronunciarmi, non avendo frequentato Leonardo ed essendo solo un sociologo.”. Insomma, Pino Arlacchi riconobbe a Sciascia scrittore il diritto di disegnare il capomafia “don Mariano Arena” come un patriarca, “per il suo eloquio da Vecchio Testamento”, e di far sì che, nell’epilogo del romanzo, il capitano Bellodi sia “sconfitto dal codice giuridico e culturale della mafia”: ma a una condizione: che “ non si faccia confusione con le battaglie politiche e civili contro la mafia che divampavano in quegli anni.
E che erano opera di altri personaggi.”: Danilo Dolci, Michele Pantaleone, Gerolamo Li Causi. Ma non Leonardo Sciascia. “ Qualcuno ha accusato Sciascia di essere rimasto stregato, affascinato dagli uomini d’onore e dalla loro moralità. Può darsi ”. Così scrisse Pino Arlacchi.Se qualcuno mi chiede un esempio della potenza distruttrice delle parole, penso subito al ritratto che Giorgio Bocca fa di Sciascia, quando descrive il loro primo incontro: “ Era seduto a un tavolino, aveva ordinato una granita di caffè, indossava un abito di lino bianco, in capo un panama giallo chiaro. Teneva gli occhi socchiusi, parlava a voce bassa, mi raccontava della mafia in un modo che non avevo mai sentito… Sciascia non era un mafioso, ma pensava mafioso, aveva sensibilità mafiose.”
Quando Sciascia parlava di mafia, “si entrava subito, carnalmente, nell’universo mafioso.”(dal libro “Il provinciale“). “Ecco l’incredibile ritratto – commentò Francesco Merlo – che Bocca fa di Sciascia, ecco come trasfigura la sua discrezione proverbiale, come caricaturizza il suo pudore ingenuo, come deturpa la sua dolcissima timidezza….Nessun altro, prima di Bocca, aveva mai visto, e nessun altro mai più vedrà Leonardo Sciascia vestito di lino bianco”. Tutti sapevano che lo scrittore odiava i cappelli: “mai potrei indossarne uno.”. Capisco il risentimento di Francesco Merlo.
Seguirà: Ma veramente Sciascia è stregato da don Mariano Arena?
(Foto: Michele Catti, Paesaggio nei dintorni di Palermo, 1902-04)



