Il mistero di una poesia anonima, piena di trucchi e depistaggi. Al Palio di quale città e di quale anno si riferisce? E’ una satira contro un oratore sproloquiante? O è un elogio indiretto della potenza della parola? C’è malizia politica o solo invidia?
Io, Bucefalo il Gran Ciuccio, parlo in versi:
ho perso, ma ricorro: non è giusto.
Non lo merito, d’essere accusato,
io, un galoppatore blasonato,
d’aver fatto una corsa da sciancato.
Tutti hanno visto quel che è capitato
a me e agli altri ciucci / il ciuccio vincitore eccettuato.
Arrivo in piazza con il fuoco dentro,
scalcio, mi arrizzo, scatto e mi quarteo,
arraglio in quattro toni, tengo il centro
tosto come Antonio nel ninfèo
quando con Cleopatra battagliò
la prima volta. Insomma, me li magno.
Vanno in crisi tutti gli altri ciucci
e già l’asino Freccia capuzzèa,
vuol tornarsene a casa lungo il lagno.
Si aspetta un poco. La festa vuole sfogo.
Trombette putipù tammorre e corni
Un concerto a colori di magliette
babbilonia ammuina e pirolette.
Si incomincia ? Ma sì, solo un minuto,
parlano gli oratori, due strofette:
sono asciutti e stringati lor signori.
Si incomincia ? Ne resta solo uno
che vuole salutar tanto raduno.
Sarò breve, dice il tizio . Gli credo, mi preparo,
mi pompo, arraglio, scalpito, ma quello
son già sette minuti che sciorina
e sta solo all’inizio la manfrina.
Questo tizio non parla, grannoléa
parole a secchi, le rovescia e scroscia.
L’ ardore nostro s’ammoscia
ci scende la paposcia / la pippa più non scioscia.
E ogni ciuccio si accoscia.
Fatelo sta’ zitto, ragliamo, sfatti, in coro
Ma il favone non tace
Fategli un applauso, rubategli il microfono,
può darsi che stia in pace.
Ma è vana speranza.
Si stracqua dei ciucci la paranza,
scunucchiamo tutti a uno a uno
sotto la trobbèa di stroppole
che un’ora e un quarto dura
nell’insopportabile calura.
Lo spanteco ci piglia per l’arsura:
noi amiamo ombra e silenzio per natura.
Si corre, infine. Ma a che serve?
Non è corsa la nostra, è camminatura.
Vince un ciuccio tutto scartellato
che nell’alluvione delle chiacchiere
era rimasto zitto, solo, e ‘mpusemato,
senza rivolgerci raglio: un tamarro scostumato.
Ma vince proprio lui, vince il feccaglio.
All’asino Squarcione, amico di una vita
dico con l’ultimo sospiro:
“Ma chi è, ‘sto ciuccio? Ma come ha resistito?
E Squarcione con la faccia sua da stordo
“Bucè, – mi raglia -, non lo vedi? E’ sordo”.
Il testo con la poesia qualcuno l’ha fatto passare con mano furtiva sotto il portone di casa mia la notte tra l’8 e il 9 maggio. A lungo mi sono arrovellato: pubblico o no? Poi ho deciso per il sì, perché alcuni passi del carme sono sfiziosi. L’autore fa di tutto per farsi credere un napoletano: finge di ispirarsi alla “Ciucceide” di Nicola Lombardo e al genere dell’ “arragliata”: soprattutto, usa molti termini della lingua napoletana, ma sono tutti termini letterari. Insomma, il carme avrebbe potuto scriverlo anche uno di Cuneo, o uno di Rieti. E il Palio potrebbe essere quello di Alba, o quello di Amatrice.
Il tema è chiaro. C’è un Palio degli asini e c’è un asino superfavorito, a cui l’ironico poeta dà il nome di Bucefalo, il cavallo di Alessandro Magno. Bucefalo spiega, in versi, che non ha vinto, perché prima della partenza un signore, afferrato il microfono, ha parlato per un’ora e un quarto: l’interminabile comizio ha sfiancato tutti gli asini, eccetto uno, un ciucciarello sciancato, che, essendo sordo, non è stato toccato dalla trobbèa di chiacchiere. E ha vinto. Non so quale sia il senso di questa “arragliata”: la considero uno scherzo letterario: credo che non si riferisca a fatti o persone, diciamo così, reali.
L’autore è bene informato sul culto di Iside: gli asini sacri a questa dea amavano il silenzio. Non vorrei che tutta questa storia sia collegata al fatto che sto scrivendo un libro sulla presenza di riti isiaci nella religione vesuviana della Grande Madre…, e non solo nella religione…
Se c’è un qualche riferimento a situazioni reali, esprimo solidarietà all’oratore vilipeso dall’asino: un asino così presuntuoso sarebbe capace di oltraggiare asinescamente anche Demostene, anche Cicerone… E se l’autore fosse mosso solo da invidia, da miserabile invidia verso un parlatore capace di arringare la folla per più di un’ora? Più leggo e più cresce il sospetto…
Mi arrizzo= mi impenno, ma c’è anche un significato sconcio; capuzzèa= dondola la testa in segno di incertezza; grannolèa= grandina; paposcia= ernia inguinale o scrotale (volgarissimo termine); la pippa più non scioscia (soffia)= volgarissima espressione; favone= vanitoso; si stracqua= si fiacca; scunucchiamo= ci pieghiamo sulle ginocchia, all’improvviso; trobbèa = temporale; stroppola= sciocchezza; spanteco= spasimo; scartellato= gobbo e sciancato; mpusemato= ritto, impalato; feccaglio= tappo; stordo= con l’espressione di uno stordito.
(Fonte foto: Rete Internet)





