Il Forum dei Giovani ha avuto in consegna una casa appartenuta alla camorra; sarà la “Casa della Legalità”. Breve profilo del boss a cui è stato sequestrato l’immobile.
I meccanismi farraginosi della burocrazia non sono riusciti a spegnere gli entusiasmi dei giovani del Forum della città di Somma Vesuviana che, dopo una lunga ed estenuante attesa, hanno visto realizzare un primo ed importante passo per poter mettere concretamente al servizio della loro città impegno, partecipazione e collaborazione per la costruzione di una società più giusta, più sicura, più democratica. Finalmente i nostri giovani hanno la loro casa della legalità, una casa che lo Stato ha sottratto alla camorra e ha restituito alla collettività. Anche a Somma, così come in qualunque luogo sia stato confiscato un bene, la camorra, quella dei boss e di clan familiari, ha perso.
E non poteva essere che un pomeriggio di festa quello di giovedì 15 marzo quando, in una sala consiliare particolarmente affollata, si è tenuta la cerimonia di consegna delle chiavi al Forum dei Giovani dell’immobile sequestrato alla camorra sommese. Una cerimonia semplice ed intensa, che ha mostrato il volto di una città che, se vuole, sa farsi comunità, sa perseguire e raggiungere obiettivi comuni. Non hanno fatto mancare la loro presenza all’importante appuntamento il capitano dei carabinieri della compagnia Castello di Cisterna Michele D’Agosto e il comandante dei carabinieri della locale stazione, Raimondo Semprevivo. Così come non ha fatto mancare la sua presenza e il suo augurio Antonio D’Amore, rappresentante dell’associazione Libera, da anni in prima linea nell’area vesuviana per la lotta ad ogni forma di illegalità.
A fare gli onori di casa, il primo cittadino Raffaele Allocca che, nel ringraziare il consiglio comunale tutto e tutti quanti hanno contribuito a rendere possibile questo evento, si è detto “felice del risultato raggiunto, un risultato che è il segno tangibile della nostra lotta contro la criminalità”. Ha espresso soddisfazione anche il capitano D’Agosto, che ha sottolineato come di fronte a un momento di successo come questo “non servono eroi o protagonisti, ma una comunità, una unione di intenti perché tutti, ognuno a modo suo, hanno avuto una piccola- grande parte nel raggiungimento di un così brillante risultato”.
“La casa della legalità- spiega il segretario del Forum Vincenzo De Cicco- deve diventare un porto franco della legalità e della partecipazione, un luogo di cultura, di impegno civile. Nella casa della legalità ci sarà un’aula studio, una sala multimediale, un laboratorio multidisciplinare, una biblioteca, spazi per tutti i giovani che voglio scendere in campo per amore di questa città”. Un impegno ed una importante assunzione di responsabilità. Un applauso commosso anche alla famiglia Calvanese e De Simone, vittima nell’84 di un attentato terroristico sul treno Napoli-Bologna, a cui il primo cittadino ha consegnato una targa.
La breve storia di Fiore D’Avino, boss e imprenditore (A cura di Pino Neri)
Fiore D’Avino, 56 anni, secondo gli inquirenti iniziò negli anni Ottanta la sua ascesa criminale all’ombra di Mario Fabbrocino, il superboss di San Gennaro Veuviano che godeva di forti legami anche a Pomigliano, dove possedeva una macelleria, e a Somma Vesuviana. In quel periodo Fabbrocino aveva stretto un patto di non belligeranza con Carmine Alfieri, un patto cementato dal comune odio verso Raffaele Cutolo. Quando però, nel 1987, Fabbrocino tentò di impossessarsi di Castellammare, già allora dominata da Michele D’Alessandro, suscitò il disappunto del capoclan di Piazzolla di Nola.
Fu a quel punto che, sempre secondo gli inquirenti, l’allora trentenne Fiore D’Avino decise di trasmigrare, insieme al fratello Luigi, alla corte di don Carmine. Una scelta che portò notevoli benefici. In poco tempo Fiore conquistò la piena fiducia del padrino nolano, tessendo una serie di legami anche con politici e colletti bianchi. I traffici illegali ben presto si mescolarono a gigantesche attività di riciclaggio nel campo del commercio e dell’edilizia. Il tutto grazie a complicità eccellenti, rimediate anche tra le forze dell’ordine. Emblematico in questo senso un episodio risalente al periodo tra il 1989 e il 1994, quando Fiore D’Avino, su richiesta di Alfieri, riuscì a gestire la fattiva collaborazione di tre carabinieri del gruppo di Castello di Cisterna.
Militari pagati dalla camorra con stipendi mensili di 5milioni di vecchie lire e con una serie di spettacolari regali, come le costose pellicce offerte alle consorti dei militari da un tale Salvatore Rosa, ufficialmente commerciante dei pellami di Somma Vesuviana . Nel 1994 i carabinieri infedeli furono scoperti e arrestati dai loro stessi colleghi. Poco dopo però Fiore fu accusato di un altro efferato omicidio, commesso per errore, quello di Gioacchino Costanzo, un bimbo di due anni e mezzo, ucciso nel ’95 a Somma per una faida tra i D’Avino e il clan dei Marchese. Il piccolo fu preso in pieno mentre di trovava nell’auto con lo zio, vero obiettivo dell’agguato. Quindi, nel 1997, la cattura dei fratelli Fiore e Luigi. Fiore si pentirà quasi subito. Ora si trova in una località segreta del nord Italia.
Ma c’è chi dice che spesso fa capolino dalle parti di Somma e dintorni. Forse per curare i suoi affari, le sue imprese. Business che in base ad autorevoli indiscrezioni sarebbero notevoli . Addirittura in ascesa.
(Fonte foto: facebook)
In merito all’articolo di cui sopra, confermiamo che il suo contenuto è il frutto delle risultanze investigative delle Forze dell’Ordine. Tuttavia, il collaboratore di giustizia di cui tracciamo la breve storia ci ha scritto per chiedere la rettifica di alcuni punti. Di seguito il testo:
“Prego rettificare l’articolo del 16/03/13. In merito all’accusa di omicidio di un bambino avvenuto nel 1995 nel Comune di Somma V. preciso che in quella data ero già collaboratore di giustizia. Inoltre in Somma Vesuviana non ho nessuno affare da curare nemmeno per interposta persona. Quelle riportate trattasi di notizie non veritiere”.

