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Non si accontenta di chiamarsi Francesco. Vuole essere Francesco

Nomen omen: il nome è un segno profetico. Il Papa dovrà guardarsi dai faccendieri e da tutti coloro che elogiano, sì, la povertà, ma a patto che sia la povertà degli altri.

Il “dannato“, la cui immagine correda l’articolo, fu condannato dal profetico pennello di Michelangelo non a un inferno normale, ma ad assistere alle sedute dei conclavi.

Quante ne ha viste, quell’infelice. Quante ne ha sentite. Quella smorfia di indicibile orrore non gli fu stampata in faccia dal divino Maestro, ma si è aggrottata nel tempo, sempre più corrugata e dilatata , di conclave in conclave. A un certo punto l’infelice ha deciso di coprirsi gli occhi, ma lo spettacolo era troppo sconvolgente, perché di tanto in tanto non desse un’occhiata, anche con un occhio solo. Che galleria di santi cardinali è passata sotto quell’occhio, negli anni: ma ci è passato anche qualche cardinale, diciamo così, meno santo, e forse, quasi peccatore. In una fotografia di qualche giorno fa l’occhio del “ dannato “ mi appariva ancora più spalancato.

Forse aveva visto il cardinale che si è interessato della compravendita del palazzo che sta a Roma, in via Carducci, e che ospita la squadra della Congregazione per l’ Evangelizzazione dei Popoli, e cioè la Propaganda Fide: un cardinale (lui solo, in un appartamento di 12 vani), e una quindicina di sacerdoti. Una piccola società di mediazione immobiliare compra il palazzo il 30 settembre del 2008 e sborsa 9 milioni di euro; lo stesso giorno lo rivende alla Congregazione per 20 milioni di euro. Lo stesso giorno. (La Repubblica, 11 marzo). No, non c’è niente di losco. E’ un miracolo di moltiplicazione. Ed è anche un miracolo di sottrazione: perché la parte del palazzo acquistata dalla Congregazione gode della condizione di extraterritorialità: sta in Italia, ma non sta in Italia, e dunque è esente da qualsiasi imposta, o tassa, o balzello. Grazie a Mussolini. E grazie all’Italia repubblicana che, dei Patti Lateranensi non modificò nemmeno una virgola.

Quando, dopo l’habemus papam, i cronisti televisivi più preparati hanno ricordato che papa Bergoglio è un gesuita, i faccendieri che a Roma trafficano intorno alle sacre e misteriose finanze vaticane hanno sospirato di sollievo: per istinto. Perché gira ancora, per i salotti della Capitale, la favola che essere gesuita vuol dire essere flessibile, indulgere all’indulgenza, perdonare non 70 volte 7, ma 700 volte 70, annacquare. Questa favola racconta che i Gesuiti sono “esperti in benevolenza“, come diceva Bossuet, e sono sempre pronti a far “ scivolare il cuscino sotto le chiappe del peccatore “, e anche a stilare, all’occorrenza, un elenco di “ casi “ in cui le vergini fanno bene a vendere la propria verginità, e i bancarottieri hanno il diritto di mangiarsi i soldi dei poveri cristi, e perfino gli omicidi è giusto che siano omicidi.

Ma Papa Bergoglio ha subito messo le cose in chiaro, per chi non lo conosceva: ha scelto di chiamarsi Francesco. Chi sa che faccia hanno fatto certi cardinali, quando lui ha detto: mi chiamerò Francesco. E anche la smorfia del “dannato“ di Michelangelo sospetto che sia stata attraversata, per un attimo, da un lampo di contentezza: finalmente per certi tipi è finita la pacchia. Perché se un gesuita decide di chiamarsi non papa Ignazio, ma papa Francesco, se è proprio il primo papa gesuita a prendere, per la prima volta, il nome dell’immenso Fondatore di un Ordine e di una Spiritualità così diversi e lontani dal gesuitismo, allora vuol dire che dietro la scelta non c’è solo il campanello che segna la fine della ricreazione, ma c’è un’orchestra di campanelli.

Nomen est omen : il nome è un segno profetico. Cambiare nome non è una banale operazione anagrafica: è una rivelazione d’identità, ed è l’inizio della costruzione di una nuova stagione dell’io: una costruzione non sempre facile, e spesso amara, perché bisogna ripartire dalle fondamenta, e scuoterne la solidità. Se Papa Francesco vuole essere Francesco, non potrà più essere del tutto un gesuita. Che voglia essere, prima di tutto, Francesco, l’ ha dimostrato con i primi atti. E’ andato a saldare il conto dell’albergo in cui si era sistemato dopo l’arrivo a Roma, prima di trasferirsi negli alloggi ufficiali dei “ conclavisti “.

E’ andato in pulmino, e in pulmino ha scarrozzato i cardinali. Questi non sono segnali. Sono scarrupi, per certe facce della politica romana e per quelli che Belli chiamava “ i cardinali de pasto “: Cristo, che ddivorà! Ccome sciroppa / quer cardinale mio, Dio l’abbi in pasce /……ché ssarìa capasce / de magnajjese er forno, la fornasce, / er sacco, er mulo e’r mulinaro in groppa ./. Papa Francesco fa sul serio: il lusso e la pompa li disprezza non solo a parole, non solo nei sermoni, ma anche nei fatti, anche nei suoi atti. Questo Papa predica con l’esempio: cose così, non si erano viste, nei sacri palazzi, da parecchio tempo.

Ma Papa Francesco è ancora un poco gesuita e un poco italiano, e perciò ha detto a nuora, perché suocera intendesse, che non ha bisogno delle guardie: “Non sono un indifeso“. Egli sa che i “cardinali de pasto“ giocheranno ogni carta, per salvarsi. I corvi si sono già levati in volo. Sono andati a scavare vecchie storie di generali argentini e di preti scomparsi. Lo accuseranno di essere un populista, un Grillo in abito bianco, cercheranno di porre riparo, in ogni modo, agli errori dello Spirito Santo. E se nomen est omen, faranno dire dai loro scribacchini che il nome “bergoglio“ è imparentato con il verbo “bergolare“, che vuol dire chiacchierare troppo, cianciare. A me piace ricordare, invece, che il Papa si chiama Giorgio, e cioè contadino, e Mario, e cioè uomo vigoroso, guerriero, e mi piace pensare che Bergoglio abbia qualcosa in comune con il “bergolo“, la gabbia di vimini che, piena di sassi, protegge l’argine del canale dall’erosione dell’acqua.

La flessibilità del vimine, la forza della pietra, la battaglia a difesa degli argini: nomen est omen. E non confondiamo le lingue. Bergoglio viene dalla radice “berg“ ( altura, rupe, cima ), e non dalla radice “ber“. Da “ber“ vengono Berlusconi e Bersani. Che sono, perciò, tutta un’altra cosa.
(Foto: Michelangelo, Il Giudizio Universale, figura di dannato)

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