Il pittore Armodio e i personaggi rappresentati dalle loro scarpe. Scarpe “predatrici” di due artisti inglesi. La “caliga” dei soldati romani e dell’imperatore Caligola che nominò senatore il suo cavallo. E non c’era ancora la legge elettorale Italicum.
>Mamma diceva che dalle scarpe di una persona si capiscono tante cose (Forrest Gump)
>Ogni scarpa diventa scarpone
>E’ ‘na scarpa scioveta
Poichè trovo tutti i canali della televisione militarmente occupati da ministresse, onorevoli, giornalisti ed esperti di ogni risma, tutti impegnati a dire, pensosamente, la loro opinione, e dunque a sbrodolare la solita insulsa sbobba di chiacchiere, su un tema tremendo, decisivo per i destini dell’ Italia e dell’Europa e del cosmo, e cioè se il Patto del Nazareno reggerà nell’elezione del Presidente della Repubblica, in me avvampa l’ira e sormonta il fastidio, e non basta a placarmi lo sfogo di un paio di parolacce e di qualche “andate a fare in quel posto lì”.
Per distrarmi, mi metto a sfogliare “la Repubblica”, ma sono sfortunato: lo sguardo cade su alcune dichiarazioni che la ministressa signora Boschi sciorina sulla legge elettorale. Cerco salvezza nei cataloghi dell’arte, perchè l’arte è la nostra consolazione, e non a caso la battuta più bella sui candidati al Quirinale l’ha fatta Philippe Daverio, quando ha detto che Piero Fassino è la versione “ospedaliera” di Giorgio Napolitano. Il quale, l’avrete notato, se ne è andato in tempo utile lasciando ad altri l’onore di firmare la nuova legge elettorale, che è così cara alla ministressa Boschi.
Mi capita sotto mano il catalogo Skira dei “Ritratti” che il pittore Armodio, e cioè Vilmore Schenardi, espose nel gennaio del 1999 nella galleria milanese di Antonia Jannone. Dopo aver scelto libri e caffettiere come soggetti per le sue luminose tempere , in quei 24 ” ritratti” Armodio dipinse solo scarpe, inventando una ” nuova fisiognomica, poichè le scarpe sono lo specchio dell’anima, sono il simbolo della nostra identità segreta” (Licia Spagnesi). In un quadro la scarpa di Romeo pizzica dolcemente e titilla quella di Giulietta, ma già incombe il presagio di imminenti difficoltà, perchè le stringhe sciolte si aggrovigliano, e i napoletani, che, come si sa, non hanno una buona opinione di Giulietta, dicono che bisogna diffidare non solo delle “scarpe sciòvete”, per ovvi motivi, ma anche di chi le calza: perchè è sicuramente un tipo strambo, dall’equilibrio precario.
Nella tempera riprodotta accanto al titolo c’è la scarpa di Nostradamus: ha occhi incastrati nei buchi delle stringhe, occhi che guardano al futuro, ma la sua forma nera, rigida, smagrita, affilata non permette di sperare che le profezie siano tutte buone. La scarpa di Lesbia ( v. f.), la donna amata da Catullo, è elegante, e inchiodata a terra: perchè Lesbia, con la sua crudele indifferenza, crocifisse Catullo alla disperazione di un amore che a un certo punto ebbe la stessa sostanza dell’odio, ma venne a sua volta inchiodata dai fiammeggianti versi del poeta al tormento eterno di una fama non tutta luminosa.
Per il sig. Renzi il pittore che scarpa avrebbe immaginato? Matteo Salvini, il capo della Lega , martedì sera nel salotto di Floris ha detto che Matteo Renzi si atteggia ormai a re d’Italia: e perciò non avrebbe dubbi. Suggerirebbe le scarpe “predatrici” costruite qualche anno fa da due artisti e stilisti inglesi, Mariana Fantich e Dominic Young, che incastrarono centinaia di denti da dentiera nelle suole di un paio di scarpe verniciate di un nero pesante: nella lotta per la vita vince chi riesce a calpestare gli altri, a mangiarseli. Ma la metafora è tanto chiara da risultare banale. Matteo Renzi merita qualcosa di più raffinato: già lo mordono a sufficienza i dentoni che Crozza si piazza in bocca quando gli fa il verso.
Io proporrei la romana “caliga”, la calzatura munita di lacci, a suola spessa, di vacchetta, in cui erano piantati decine di chiodi di ferro di forma semisferica (v.f). La usavano i contadini e i vatigali, e perciò sarebbe soddisfatto quel poco che resta nel PD dell’anima comunista. Ma divenne famosa, la >caliga, come calzatura d’ordinanza dei legionari semplici e dei centurioni, come salda, ferrata base del loro corpo, su ogni tipo di terreno, nell’attesa del nemico, in marcia, e nel furore della battaglia. E per questo sarebbe soddisfatto lo spirito guerriero del sig. Renzi, che, come si sa, si sente un predestinato alla vittoria. Egli si rallegrerebbe se gli dicessero che la ” caliga” era il terrore dei cittadini che si muovevano a fatica nella ressa, lungo le strade affollate di Roma imperiale.
Il poeta Giovenale fa dire a uno di essi: “Ti schiacciano da ogni lato, e mi è rimasto un chiodo di >caliga nell’alluce”. Le potrebbero usare, questi sandali chiodati, i poliziotti che fronteggiano i cortei degli scioperanti di Landini. Per onorare i soldati romani, tra i quali aveva trascorso l’adolescenza, l’imperatore Caio Cesare si fece chiamare Caligola, “piccola caliga”. Renzi contesterebbe sdegnato il riferimento al bizzarro personaggio, ma si consolerebbe considerando che fu pur sempre un imperatore. E che fece senatore il suo cavallo.
Con la legge elettorale che tanto piace alla ministressa Boschi e al sig. Berlusconi anche il sig. Renzi, se volesse, potrebbe nominare senatore il suo cavallo. E, perchè no? Anche il suo asino.
Il sig. Renzi sa, ovviamente, che ogni scarpa diventa scarpone. E anche per la >caliga arrivava il giorno dello “sciarmo”, in cui si smantellava. Definitivamente.
(>Foto: Armodio, Nostradamus, 1998)

