La tesi sostenuta da due studiose riaccende il dibattito sullo scenario alle spalle di Monna Lisa: le ricerche effettuate dimostrerebbero che il paesaggio sullo sfondo del dipinto corrisponde al territorio dell’antico Ducato d’Urbino.
Un quadro cult, tanto celebre e acclamato da diventare oggetto pop, riprodotto ed esibito così tanto da imporsi nell’immaginario collettivo come un’icona universale.
La più famosa delle rivisitazioni della Gioconda di Leonardo è, senza dubbio, l’irriverente versione offerta da Marcel Duchamp nel 1919: il ready made più dissacrante della storia, in cui l’artista francese aggiunse un paio di baffi e un pizzetto, quasi alla stregua di qualsiasi bambino intento a scarabocchiare un’immagine presa dal libro d’arte delle elementari. La trasformazione duchampiana ricorreva alla Monna Lisa di Leonardo per rincarare la dose di provocazione, tipicamente dadaista, contro un’opera simbolo della mitologia dell’arte di tutti i tempi. Archiviato quello sberleffo, quel sorriso sardonico è tornato spesso sotto le luci dei riflettori.
Fiumi d’inchiostro profusi nel tentativo di “decifrare” il sorriso e il simbolismo ermetico del soggetto o per accreditare l’ipotesi che si trattasse di un autoritratto androgino del maestro: questi alcuni degli aspetti che hanno, di volta in volta, interessato studiosi d’ogni sorta. L’ “enigma della Monna Lisa” è stato addirittura tradotto in 3D e trascinato nel videogame nato sulla scia del fantasioso “Codice da Vinci” di Dan Brown. Oggi, la Gioconda, dopo oltre cinque secoli di vita e di presunti misteri, torna a far parlare di sé.
Questa volta, però, il Codice P. – nome del libro-atlante che uscirà a dicembre, corredato di ben 164 tra foto aeree, immagini satellitari panoramiche, schemi geomorfologici e Dem (digital elevation model) – non è l’ ennesimo thriller che promette di svelare il rebus del Santo Graal; Olivia Nesci e Rosetta Borchia sono le due autrici e presentano un curriculum che è una garanzia: la prima è professore associato in Geografia fisica e Geomorfologia presso la Facoltà di Scienze e Tecnologie dell’ Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, mentre la seconda è pittrice e fotografa naturalista.
Il capolavoro di Leonardo viene analizzato e periziato confrontandolo con la realtà. La domanda a cui Nesci e Borchia sembrano aver dato risposta è la seguente: cosa rappresenta il meraviglioso paesaggio che si profila alle spalle della protagonista, quell’ambiente remoto i cui elementi sembrano pervasi da una luce rarefatta e diffusa? Un altro dei mille quesiti legati al dipinto su cui generazioni di storici dell’arte si sono arrovellati il cervello, spaccandosi in due correnti differenti: idealizzazione di un paesaggio alpino, frutto della fantasia o Valdarno. Ma le due “cacciatrici di paesaggi”, come amano definirsi le due autrici, avanzano un’altra possibilità, sostenendo di aver individuato il vero sito che ispirò il maestro: si tratterebbe dell’ antico Ducato di Urbino, su cui regnarono i Montefeltro, visto dalle alture della Valmarecchia, un territorio che oggi abbraccia Marche, Emilia Romagna e in parte la Toscana.
La conoscenza delle due ricercatrici dell’ urbinate non può essere messa in discussione. È dallo studio rigoroso e scientifico di quelle terre che nascono le loro sorprendenti indagini, frutto della cooperazione e del coordinamento delle rispettive competenze. Un lavoro certosino, un percorso logico che ha portato la professoressa e la fotografa a svelare gli scenari di tante grandi opere pittoriche. Nel loro palmares brillano le rivelazioni intorno a quadri di autori come Raffaello, Piero della Francesca, Giovanni Bellini e, ovviamente, Leonardo da Vinci che tra il 1502 e 1503 scorrazzava tra il Montefeltro e le terre di confine di Toscana e Romagna.
Dalla ricerca emerge inoltre che per concentrare quello scenario tanto vasto in una tavola di appena 77 per 53 cm, Leonardo usò la compressione – utilizzata anche da Piero della Francesca nel dittico dei Duchi di Urbino – ovvero una tecnica di rappresentazione prospettica grazie alla quale era possibile “sintetizzare” lo scorcio.
(Fonte foto: Rete Internet)

