Le tute blu del sindacato di Landini sono state “invitate” a lasciare la fabbrica. La Fiat: “Non collocabili per motivi di mercato”. L’avvocato della Fiom: “E’ la discriminazione politica più eclatante dal dopoguerra”.
Ieri gli operai iscritti alla Fiom sono stati costretti a lasciare la Fiat di Pomigliano. Per loro non c’è spazio, non sono collocabili in produzione. L’azienda, alle otto, ha invitato i metalmeccanici della Cgil, tornati al lavoro dopo la settimana di cassa integrazione ordinaria, ad abbandonare lo stabilimento.
Ne è scaturita una forte tensione. Gli operai invitati ad andare via (sono 19 in tutto ma uno di loro, Antonio Di Luca, è in aspettativa elettorale da alcuni giorni) sono rimasti nello stabilimento per alcune ore. Volevano una comunicazione scritta delle motivazioni che hanno portato alla loro estromissione dai luoghi di lavoro. Ma la comunicazione non è arrivata, se non attraverso i giornali web. Il muro contro muro è culminato poco prima di mezzogiorno, con il divieto della Fiat di far accedere alla mensa la manodopera iscritta al sindacato diretto da Maurizio Landini. La fase di stallo è durata fino alle 12 e trenta, dopo che i responsabili dell’impianto hanno diffidato gli operai attivisti della Fiom ad abbandonare l’impianto. I lavoratori hanno quindi lasciato la fabbrica, prima dell’una.
“Non sono collocabili e quindi non possono restare in fabbrica. Rimangono comunque in organico, regolarmente pagati, come tutti gli altri”, spiegano dal Lingotto. Ora i legali della Fiom stanno studiando la possibilità di denunciare per l’ennesima volta l’azienda, in sede penale. Landini parla di “ un problema che non è più sindacale”, di “una palese violazione delle leggi dello Stato, della Costituzione, tale da richiedere l’intervento immediato della istituzioni”. Eppure a un certo punto, appena la scorsa settimana, era sembrato che il conflitto tra la Fiat e la Fiom si stesse attenuando, in particolare quando l’amministratore delegato, Sergio Marchionne, venerdì, ha deciso di dare il via allo scioglimento della newco Fabbrica Italia Pomigliano, rimuovendo di fatto la procedura di licenziamento per 19 operai della new company, che ormai dovrà farsi da parte, entro il primo marzo.
La procedura di mobilità era stata avviata il 31 ottobre a causa del mancato accoglimento, dodici giorni prima, da parte del tribunale di Roma, del ricorso Fiat contro l’ordinanza, antidiscriminatoria, risalente a giugno, della magistratura capitolina di assumere nella Fip 145 operai iscritti alla Fiom. In tutta questa fase la Fiat ha sempre ribadito, attraverso i suoi legali, l’impossibilità di collocare altro personale a causa delle pesanti difficoltà di mercato. Difficoltà e conseguenti eccedenze strutturali – aggiunge l’azienda – riconosciute sia dai sindacati firmatari del contratto dell’auto, in occasione del mancato accordo sui licenziamenti, verbalizzato il 14 gennaio presso la Regione Campania, che dalla stessa magistratura, quando cioè, il 22 gennaio, il giudice del lavoro di Roma, Elena Boghetich, ha respinto il ricorso della Fiom contro la procedura di mobilità prendendo atto della stessa difficoltà di mercato.
A ogni modo Stefano Fassina, responsabile economia e lavoro del Pd, sostiene che “quest’ultima decisione della Fiat, com’è già accaduto a Melfi, umilia i lavoratori nella loro dignità e costituisce una brutale discriminazione sindacale”. Stamattina gli operai iscritti alla Fiom si recheranno lo stesso davanti all’ingresso della fabbrica. Tenteranno di entrare. Hanno costituito un fondo di desistenza che sarà foraggiato con i soldi del salario. Dopodomani, intanto, incontro tra Fiat e sindacati firmatari per stabilire le modalità della cassa a rotazione nella società “Fga”, che prenderà il posto della newco. Si profila la creazione di un’area “C”, riservata a 1800 dei circa 4500 addetti. E l’avvocato Lello Ferrara, legale della Fiom, stigmatizza: “E’la discriminazione politica più eclatante della storia repubblicana”.


