I capibastone di una volta era facile scomunicarli: si muovevano e parlavano da mafiosi. Oggi frequentano i salotti nobili e pii delle grandi città, si vestono e si muovono da manager, sanno profumare i capitali. E sono un modello culturale:.
Nel codice di diritto canonico..non esiste il reato di mafia
(>un cardinale canonista vaticano)
Colonne di fumo e di vapori di nebbia si alzano non solo dai roghi della Terra dei fuochi, ma anche dai proclami con cui il Presidente del Consiglio, approfittando della generale stanchezza e della diffusa disperazione, tenta di distrarre i cittadini dalle forme, ahimè disgustose, della nuda verità: il Paese non si rimette in piedi, la disoccupazione cresce, la disuguaglianza sociale è ormai tale che se dicessimo che l’Italia è una Repubblica delle banane, le Repubbliche delle banane, offese, ci dichiarerebbero guerra; Renzi, dopo aver detto che non avrebbe mai votato Juncker presidente della commissione Europea, l’ha poi votato. >A capezza n’ terra…. E quali siano gli altri anelli della catena con cui il sig. Renzi e il sig. Berlusconi si sono stretti l’uno all’altro, appassionatamente, e con la pubblica benedizione del sig. Verdini, si vedrà tra non molto.
Dico “gli altri anelli”, perché è già visibile a tutti l’anello più grosso, e cioè l’inerzia del governo davanti alla crisi totale della Rai, ridotta a riempire i programmi quotidiani pescando dai magazzini e dai depositi: ma anche le “repliche” pescate batterebbero la concorrenza, se venissero ripresentate agli anziani e presentate ai giovani con una decente cornice culturale.
Dietro la cortina dei vapori c’è l’elenco dei compiti veri assegnati al fiorentino: non toccare le banche, l’alta burocrazia e le baronie, o >toccarle, ma solo a >chiacchiere; non toccare, nemmeno a chiacchiere, gli evasori fiscali di prima classe; continuare a privare gli Italiani del diritto a votare con le preferenze, e difendere fino all’ultimo respiro la trincea delle immunità.
Ora sarebbe una delusione seria, anche per un non credente, se anche le parole di papa Francesco sulla scomunica ai mafiosi ( estendo il termine a camorristi e ‘ndraghetisti, nella speranza che tra loro non ci siano permalosi) venissero contaminate dai fumi e dalla nebbia. Nel numero del 7 luglio “la Repubblica” dedica un titolone alla “rivolta dei detenuti” del carcere di Larino, che, “scomunicati dal Papa”, hanno fatto per diversi giorni “lo sciopero della messa”, e usa caratteri più leggeri per il titolo dell’articolo in cui don Marco Colonna, cappellano del carcere, spiega che non c’è stata rivolta, che i detenuti si sono limitati ad annunciargli che “se non potevano più prendere i sacramenti, avrebbero smesso di venire alla messa” e che lui, “dopo giorni di riflessione”, ha garantito ai detenuti che “ comunque avrebbero ricevuto i sacramenti”.
Nella stessa pagina il cardinale de Paolis, canonista vaticano, dice a Paolo Rodari che “il Papa ha voluto intendere che chi commette certi crimini – omicidi, delitti di stampo mafioso- è di per sé fuori della grazia di Dio”, che il codice di diritto canonico non prevede il reato di mafia, che “il Papa non ha mostrato di voler cambiare il codice”, e, infine, che “ >se il mafioso è conosciuto come tale da tutti, la non partecipazione ai sacramenti deve essere in qualche modo pubblica”, ma “ se il mafioso non è conosciuto come tale da tutti, deve essere lasciato fuori dai sacramenti, ma non necessariamente occorre mettere in piazza i suoi delitti.”. Credo che “quel mettere in piazza” sia la chiave di senso di tutto il discorso, ma poiché non voglio essere scomunicato, mi limito a dire che non capisco la logica del ragionamento dell’illustre canonista: spero che qualche anima pia me la spieghi.
A me pare che ci sia un po’ di confusione. Forse per questo alcuni cronisti e interpreti dell’episodio di Oppido Mamertina e di vicende più o meno simili accadute negli anni passati in Sicilia e in Campania hanno usato, nel raccontare, il colore e il disegno della tradizione: la coppola, i saluti del vecchio capobastone, le smargiassate, le proteste chiassose delle donne di casa, la banda di musica, le manovre di chi porta la statua. Erano camorre e mafie chiare e distinte, quelle là: mafiosi e camorristi lo portavano scritto in faccia, e nella camminatura, e nel modo di parlare, e nel modo di sedere perfino, che erano mafiosi e camorristi: erano segni così chiari da ispirare “macchiette” e comici di vario taglio.
E chi doveva andare in carcere, ci andava tranquillo: si sapeva già allora che qualcuno, del piano più alto della cosca, non ci sarebbe mai andato in carcere, che avrebbe continuato a fare il “galantuomo”, e a occupare, in chiesa, durante i riti religiosi, i banchi di prima fila. Ma allora i privilegiati erano assai pochi. Oggi le cose sono cambiate. Lo dicono non i demagoghi dell’antipolitica, ma inchieste serie, magistrati coraggiosi, gli studiosi di storia del crimine organizzato e i cacciatori di capitali putridi e nauseanti che si spostano, in masse enormi, da una parte all’altra del pianeta, talvolta grazie solo al movimento di un dito esperto che batte il tasto giusto di un computer connivente, e poi tornano indietro lindi, purgati, profumati, talvolta anche d’incenso.
Gli uffici strategici del crimine organizzato non stanno né a Oppido, né a Corleone, né a Casale di Principe: stanno in Lombardia e in Veneto, gestiscono appalti milionari, strozzano le aziende che danno fastidio, inghiottono i concorrenti dopo averli stremati con l’usura: è cronaca quasi quotidiana. Da anni. I “colletti bianchi” che oggi pilotano gli investimenti dei mafiosi non portano la coppola e non hanno mai toccato una lupara: sono poco noti, frequentano solo gente dei piani alti. Li scomunichiamo, questi “colletti”? E perché ? E chi li conosce ?
Non parlo né dei politici, né di un problema ancora più serio, che è la diffusione dei modelli della cultura mafiosa: può capitare che i medici di un ospedale, i funzionari di un ente pubblico, i docenti di una facoltà universitaria si costituiscano in “cosca”. Può capitare. La Chiesa sa tutto questo. La Chiesa è, dalla sua istituzione, impareggiabile Maestra anche nel prevedere le linee di sviluppo delle economie e nel cogliere le trasformazioni dei tipi sociali. E perciò può agevolmente aggiornare gli elenchi dei mafiosi. Può e deve farlo: anche per evitare che qualche alto prelato, dopo aver negato la mattina i funerali a un “noto” camorrista, si trovi, la sera, a cenare e a far salotto con i capi di quel camorrista, con i capi dei suoi capi. Tutti ben vestiti. Tutti profumati. Se capita, è una cosa brutta, per l’immagine.
(>Immagine di Gaetano Porcasi, razza padrona)


