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Ottaviano, torna la festa della Madonna di Montevergine

“Muntevergine ‘e chi nun ‘o ttene, ‘a trummetta, ‘a tammorra, ‘e lazzarole, ‘a ‘mpizzata, ‘o sciosciamosche”: questa era la festa ottajanese. Il passato non torna, ma certe idee sono più forti del tempo, e possono ancora ispirare il presente.

 I ricchi andavano a Montevergine di Mercogliano, i poveri a Montevergine di Ottajano. Così si diceva a Napoli: perché a Mercogliano andava solo chi poteva permettersi una carrozzella “apparata“, due cavalli “ ‘ncannaccati“, e “’na maesta ‘ntulettata“.

Insomma, una bella spesa. A Ottajano i pellegrini arrivavano in treno – erano previste anche corse speciali (allora si poteva) – e dalla stazione salivano a piedi fino alla chiesetta, dietro il Palazzo del Principe: una bella scarpinata, una buona e salutare penitenza. E nella chiesa, un devoto “votta votta“, e fiumi di lacrime: lacrime di ringraziamento, di speranza, di “mea culpa mea culpa mea massima culpa“, con la doppia “s”. Il culto di “Mamma Schiavona“ – il culto della Madonna Nera – ha da sempre rappresentato il luogo “spirituale“ in cui i Vesuviani celebrano il trionfo del sentimento sulle forme della malizia con un pianto di consapevolezza, di rimorso e di purificazione, la cui musica di sottofondo non può essere che il ritmo ossessivo della “tammorra“: l’urto che sgretola il muro dell’ ipocrisia e della dissimulazione.

La festa ottajanese celebrava anche i valori della solidarietà tra “chi nun ‘o ttene“. Conclusa la parte religiosa del rito, iniziava la parte, diciamo così, pagana, “ ‘ a magnata“, che aveva però la nobiltà di una pratica fausta contro il malocchio e contro la povertà. Seduti a terra, sotto i castagni, i pellegrini tiravano fuori da buste e sacche le loro vettovaglie e incominciava, tra i gruppi, il flusso degli scambi: larghe fette di salame, il pane casereccio – obbligatoria la forma tonda -, quarti cospicui di pizza di maccheroni, peperoni “ ‘mbuttunati“, parmigiane di melanzane, rigorosamente a torta, di grande circonferenza, alte e compatte: nessuno avrebbe osato, allora, incarcerare uno spicchio di parmigiana costringendolo in un vasetto di vetro, di quelli che oggi usano per le pappe degli infanti.

E vino a volontà: vino di Recupe, vino della Scavolella, il catalanesca di Somma. Qualcuno osava portare anche il Gragnano. Infine, il pomo della devozione, la “lazzarola“ ottajanese, il cui sapore aspro puliva la bocca e riportava i sensi e la mente dal piacere grasso della “magnata“ all’amara coscienza del peccato. Lungo l’alveo Rosario, dal ponte di San Michele fino alla chiesa, si srotolava una lunga fila di bancarelle: “franfellicchi “, castagne, “ ‘e semmente“, cappelli, tamburi e “trummette“. Finita la festa, il ricordo che si cancellava per ultimo era quello del crepitare continuo delle “trummette“ che scacavano. C’erano i venditori di “sciosciamosche” , fatti con lunghe, colorate e schioccanti strisce di carta, che mettevano in fuga insetti fastidiosi e mosche assillanti: qualche parroco raccontava ancora che le mosche erano care a Belzebù.

I venditori di “ficurinie“, di fichi d’ India, arrivati da ogni parte, chiamavano i passanti al gioco della “ ‘mpizzata“: il cliente, stringendo la base del manico tra il pollice e l’indice, teneva il coltello del “ ficurinaio “ a perpendicolo sul mucchio di fichi d’ India e lo lasciava cadere senza spinta: se la lama si piantava nel frutto restando diritta, il cliente mangiava gratis. Se no, pagava. La festa ottajanese incominciò a declinare alla fine degli anni ’30. Nel 1951 il Circolo “A. Diaz“ cercò di fermare il declino mettendo insieme la festa di Montevergine e i “ frastuoni “ di una nuova edizione della Piedigrotta ottajanese. Girò per la città, come nei tempi belli, anche un carro, “ L’isola delle Sirene “, opera del nolano comm. Tudisco.

I poeti A. Nappo e G. Casillo fornirono versi ai musicisti M. Nicolò, E. Buonafede, E.Barile, M. Quintavalle: “Io songo Margherita ‘a Pupatella…Giuvanuttiè’, tu si napulitano? e tiene ciento vizie pe’ ffa’ ammore ./ Io so’ cafona e songo d’Uttajano… si se n’addona fratemo Peppino / a Napule nun te fa cchiù turnà’…”. Domenica, 6 settembre, la gente è tornata a Montevergine di Ottajano, ha pregato nella chiesetta liberata dalle sterpaglie, si è fatta commuovere e coinvolgere dai ritmi di “ zi’ Riccardo e le donne della tammorra “ e del “ Gruppo contadino della Zabatta “.

C’è in tutti la speranza che Ottaviano si riapra definitivamente al territorio e non si presenti più come uno di quei villaggi del West che venivano costruiti in fretta dai cercatori d’oro e in fretta venivano abbandonati a un silenzio definitivo, in cui si sentivano solo le voci del vento e il cigolio della porta del saloon. La prof.ssa Marilina Perna, assessore alla cultura, ha voluto fortemente che iniziasse un nuovo capitolo della storia gloriosa della festa di Montevergine. Ora bisogna sviluppare la trama del racconto. Costruire è cosa affascinante, proprio perché è cosa difficile.
(Foto: Pasquale Mattei, il venditore di fichi d’India)

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