Lavori pubblici e edilizia privata. Storie incredibili di registri misteriosi. Perchè fu sciolto il Consiglio Comunale nel 1997. E domani parleremo di licenze edilizie e di due lettere stupefacenti. Del 2012.
L’idea di scrivere una storia di Ottaviano nella prospettiva, diciamo così, dell’Ufficio Tecnico – indico con questo termine tutti gli apparati della burocrazia comunale che si interessano di lavori pubblici e di edilizia privata – mi venne nei primi anni ’80: gli anni della guerra di camorra tra NCO e Nuova Famiglia, e delle prime inchieste organiche, e degli arresti di massa.
Mi parve, già allora, che le indagini si fermassero davanti a certe soglie, non bussassero a certe porte: eppure era noto a chi viveva dentro il buco nero, nel cratere della camorra, che dietro ai capi dell’una e dell’altra fazione si muovevano, tra il Vesuviano e la Campania Felice, certi “galantuomini“ cacciatori di appalti e artisti delle colate di cemento. Mi meravigliai, ma non troppo: in quegli anni leggevo le carte d’archivio sul brigantaggio, in cui era già scritta questa storia: che c’è, da sempre, un luogo in cui si incontrano, trattano e stringono patti i rappresentanti dello Stato e quelli della delinquenza organizzata. Il magistrato Carlo Alemi svelò coraggiosamente la verità sul sequestro Cirillo: e chiunque voglia scrivere una storia seria di quegli anni – anche una storia seria di Ottaviano – non può che partire dall’ atto di accusa di Alemi.
Nel 1850 Pasquale De Rosa, sindaco di Ottajano fresco di nomina, andò a controllare la regolarità dei lavori eseguiti l’anno prima lungo l’alveo Rosario dall’architetto Pasquale De Rosa, che non era un omonimo, ma era proprio lui: e trovò, ovviamente, che quei lavori erano stati fatti a regola d’arte. Perciò, il sindaco Pasquale De Rosa, avendo letto la relazione del collaudatore Pasquale De Rosa, dispose che la Cassa Comunale liquidasse il compenso all’architetto Pasquale de Rosa. Altro che controversia sulla Trinità: Pasquale De Rosa, uno e trino, avrebbe messo in difficoltà anche i teologi più sottili, anche Origene e Ario. C’è un filo rosso che congiunge Pasquale De Rosa, le guerre di camorra e l’affare Cirillo: è la storia del nostro disincanto.
Che è più forte degli incantesimi di quei maghi che, approfittando di eruzioni, di guerre, di briganti e di camorristi, hanno a poco a poco trasformato il demanio pubblico di Ottaviano in proprietà di privati cittadini. Che belli i registri dei verbali di Giunta e delle licenze edilizie quando venivano scritti a mano: una mano sempre elegante e paziente, che però spesso si stancava, e si distraeva, e distraendosi, lasciava pagine bianche e numeri di protocollo puliti: un tesoro, questi protocolli puliti, per chi sarebbe venuto dopo, per chi nel 1990, mettiamo, avrebbe innalzato palazzi su regolare licenza concessa, mettiamo, nel 1968. Su questi registri che erano (e sono?) miniere d’oro ho sentito voci, sussurri e spifferi. Ma se non vedo, non credo. E tuttavia non mi meraviglierei, se li vedessi, quei registri.
Nel 1864 il compito di sistemare l’archivio di Ottajano e, soprattutto, di stilare un elenco definitivo e documentato dei beni di proprietà del Comune – terre, case, querceti, castagneti – fu dato a Michele de’ Medici, e cioè al figlio del capo di una famiglia che tra il 1823 e il 1859, e grazie alla connivenza delle istituzioni, aveva rimesso le mani su centinaia di moggia di terra confiscate ai Medici da Murat. Don Michele fece un eccellente lavoro: ma annunciò al consiglio comunale che non era riuscito a trovare “la platea dei beni comunali“, né di quelli di diretta proprietà del Comune, né di quelli concessi in enfiteusi, in affitto, né di quelli confiscati 50 anni prima alla sua famiglia: aveva cercato, scavato, messo tutto a soqquadro: ma proprio quelle carte non erano venute fuori: e dunque, chi ha avuto, ha avuto, e chi ha dato, ha dato.
Mettiamoci una pietra sopra. In quella seduta del consiglio comunale dell’ottobre 1864 il primo organico saccheggio dei beni di Ottaviano venne purgato e legalizzato con un colpo di spugna. Tra le eruzioni del 1871 e del 1906 lo Stato investì lungo le pendici del Somma- Vesuvio cospicue risorse nella sistemazione e nell’ampliamento delle strade, nella bonifica degli alvei, nella costruzione dell’acquedotto e della ferrovia Napoli- Ottajano- Sarno. Una pioggia di appalti. Giuseppe Bifulco, sindaco di Ottajano, sacerdote, pensò bene di mettere a capo dell’ufficio tecnico il fratello Ernesto, architetto, che venne confermato nell’ufficio anche dal successore di don Giuseppe, Luigi Casotti: il Casotti sindaco, il Bifulco sacerdote, il Bifulco architetto e il cognato dei Bifulco, Luigi D’ Ambrosio, consigliere provinciale “hanno così bene organizzato la cosa che tutti gli appalti, tutte le costruzioni e tutto altro che si pratica nel paese è distribuito fra essi“: insomma, una banda di “predatori“.
L’esposto al Prefetto di Napoli è del 1878. Ovviamente, quando il Casotti si dimise, gli successe come sindaco proprio don Giuseppe Bifulco: io do la palla a te e tu la restituisci a me. Don Giuseppe, riconoscendo che lui e il fratello avevano esagerato, ampliò la platea degli appaltatori. Diede incarichi ai Del Giudice e ai Ranieri e favorì l’ascesa di Onorato Visone: operaio “giornaliero“ nel marzo del 1881, imprenditore nel 1885, concessionario nel 1890 di un appalto di lire 3600 per i lavori in via Umberto I a San Giuseppe . Dieci anni dopo il Visone eseguì i lavori di sistemazione della piazza di San Gennarello, “incatenò“ gli alvei Rosario e Falangone e dopo l’eruzione del 1906 ricostruì la Chiesa del Rosario e il martoriato quartiere della “Croce Pistone“.
La sua vicenda illumina un altro aspetto significativo della nostra storia: intorno ai “segreti“ di certe tecniche – l’uso “edilizio“ del lapillo, per esempio, o la sistemazione delle “catene“ di un alveo -, trasmessi all’interno della famiglia di generazione in generazione, si costruirono non solo solidi patrimoni professionali, ma anche ruoli sociali e politici. Un discendente di Onorato, Emilio Visone, imprenditore e “mastro“ di perizia non inferiore a quella dell’antenato, e, soprattutto, uomo saggio, di limpidi sentimenti e di grande lealtà, fu sindaco di Ottaviano nei difficili anni ’80 e favorì, tra l’altro, lo svecchiamento della squadra che rappresentava la DC in consiglio comunale.
Un fratello di Emilio Visone, architetto, e, se non ricordo male, presidente dell’ Ordine degli architetti, fu candidato alla Presidenza della Provincia di Napoli, ma venne sconfitto da Amato Lamberti. Era il 1995. Due anni dopo Giorgio Napolitano, allora ministro dell’Interno, decretò lo scioglimento del consiglio comunale di Ottaviano, che era stato “rinnovato“ nel 1993 e che “versa“- si legge nel provvedimento – “in un clima di grave condizionamento e di degrado”: tanto che la sua “capacità di determinazione risulta assoggettata alle scelte della locale organizzazione criminale“. “Il settore in cui emerge segnatamente l’utilizzo della pubblica amministrazione per personali tornaconti affaristici è quello dell’edilizia.” (decreto 636 del 28 agosto 1997).
Sono passati 16 anni da quello scioglimento, e Ottaviano non ha ancora un piano regolatore. E dunque ho il diritto di pensare che ancora una volta la battaglia decisiva per le sorti di Ottaviano verrà combattuta intorno all’ Ufficio tecnico e intorno al piano regolatore. Chi ritiene che io esageri, legga le lettere che nel 2012 si scrissero la Soprintendenza ai Beni Ambientali e l’Ufficio Tecnico: le pubblicheremo domani.

