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Muratore suicida, l’omelia del parroco: la solidarietà non esiste più

Duro monito di don Massimo Vellutino, il sacerdote che ieri ha tenuto il funerale di Domenico Eredità, l’operaio edile disoccupato che si è tolto la vita per l’impossibilità di trovare lavoro.

Mamma Enza è l’unica che trova la forza di urlare davanti al feretro di suo figlio. Solo due parole ripetute ossessivamente, “figlio mio”, sufficienti però a sciogliere l’agghiacciante silenzio della chiesa di San Giorgio, ad Afragola, dove ieri mattina si sono svolti i funerali di Domenico Eredità, il muratore disoccupato che lunedì si è impiccato nella cantina del palazzo in cui abitava, a Casalnuovo.

Domenico, come del resto tutta la sua famiglia, era di Afragola, comune attiguo a Casalnuovo. Da qui la scelta di tenerne il funerale in una delle chiese simbolo di questo paesone di 70mila abitanti stretto, come tutti quelli dell’hinterland, nella morsa di una crisi che sembra non avere fine. “Non c’è solidarietà, non ci si aiuta più l’un l’altro”, la denuncia pronunciata nell’omelia funebre dal sacerdote don Massimo Vellutino. Poche parole, anche in questo caso. Ma più che esplicite. Dette davanti a una moglie atterrita e a figliolette disperate, di 17 e 14 anni. Due ragazze che Domenico aveva accompagnato a scuola pochi minuti prima di uccidersi nel deposito dell’edificio di Casalnuovo, in cui abitava con tutta la famiglia.

“Abbiamo perso di vista la solidarietà – ha aggiunto don Massimo – a questo punto il silenzio diventa importante”. Domenico attraverso un bigliettino scritto poco prima di morire aveva fatto capire chiaramente a tutti che la sua è stata una scelta precisa, motivata. Il lavoro che non c’è, che per due anni ha cercato con tutte le sue forze ma che non è riuscito a trovare, dopo il suo licenziamento “al nero”, è stato il fattore scatenante di questa ennesima tragedia figlia della crisi. Una ricerca inutile, solitaria, che si è tradotta in uno sconforto autolesionista.

“Perdonatemi, è tutta colpa mia”, il messaggio lasciato ai familiari e agli amici, circa duecento quelli accorsi ieri nella chiesa di San Giorgio per l’estremo saluto. Tra le panche della chiesa tanta gente semplice, compostissima. Nessun politico, nessun amministratore locale. Assenti quelle stesse istituzioni a cui Domenico aveva fatto cenno in un recente sfogo con la moglie Maria. Dopo circa mezz’ora l’addio al muratore senza lavoro e senza soldi si è trasformato in un corteo silenzioso fino al cimitero di Afragola. A margine del funerale don Massimo ha descritto il suo rapporto con il manovale suicida.

“L’ho visto proprio domenica scorsa, a messa – racconta – era da solo, non lo vedevo da anni”. Un carattere chiuso quello di Mimmo Eredità, 50enne onesto, gran lavoratore e molto introverso. “Tanto lavoratore che quando portava sua figlia da me – racconta ancora don Massimo – veniva con la divisa da manovale inzuppata di cemento e vernice. Mi diceva: “ scusatemi don Massimo se sono ridotto così”. Ma io gli rispondevo che non doveva scusarsi, che non doveva affatto vergognarsi, anzi”. Domenico Eredità era un muratore tutto d’un pezzo piombato non certo per colpa sua, come del resto tanti altri colleghi, nell’inattività più pericolosa.

“Qui ad Afragola – descrive don Massimo – sono tantissimi i manovali rimasti senza lavoro: le città sono sature e l’edilizia è ferma. Si sperava nei centri commerciali, che però si sono rivelati un fallimento”. La stazione Porta dell’alta velocità ferma al palo. La cassa integrazione dilagante nelle fabbriche. Disoccupazione che impera e che è frutto anche di una mancata programmazione alternativa da parte delle istituzioni centrali e locali. Intanto si conta l’ennesimo suicidio sull’altare di una solidarietà ormai sparita.

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