Parolisi invoca udienze pubbliche per far conoscere a tutti la “sua” verità. E la famiglia Rea incalza: “Non potremmo accettare alcuno sconto di pena, l’assassino deve restare in carcere, vogliamo giustizia non vendetta”.
Mercoledì 25 settembre, in Corte d’Appello, si scriverà un’altra pagina del giallo che due anni ha sconvolto la famiglia Rea, di Somma Vesuviana. Melania Rea è stata uccisa il 18 aprile del 2011 in un bosco del teramano, un delitto efferato per il quale è stato condannato suo marito, il caporalmaggiore dell’esercito Salvatore Parolisi che, per effetto della sentenza di primo grado che lo ha riconosciuto colpevole, sta scontando ora l’ergastolo.
Ma ci sono, per la legge italiana, tre gradi di giudizio e l’Appello prenderà il via proprio il 25 settembre. Dal carcere, Parolisi che si è sempre professato innocente, chiede ora un processo pubblico. Chiede che tutti possano vedere, ascoltare, valutare le «prove» che lui definisce «solo menzogne». Da stimato sottoufficiale dell’esercito ad assassino, Parolisi vorrebbe aprire a tutti l’aula del tribunale in cui si deciderà se la condanna debba essere confermata. Se resterà in carcere per tutto il tempo che gli rimane da vivere. Nel carcere della provincia di Terano dove è rinchiuso, Salvatore ha trovato la forza di diplomarsi come perito agrario e si prepara al processo, il secondo.
Intanto ha scritto al Presidente della Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila, Luigi Catelli che, con il giudice togato Armando Servino dovrà, insieme alla giuria popolare, pronunciarsi. Poco meno di un anno è trascorso dalla prima sentenza che lo ha bollato quale assassino di Melania, sua moglie. Avrebbe spezzato una giovane vita, distruggendo anche quella di sua figlia Vittoria, ora affidata ai nonni Vittoria e Gennaro che, con lo zio Michele, si prendono cura della bimba a Somma Vesuviana. Era il 26 ottobre, a Teramo, quando il gup Marina Tommolini ha letto la sentenza, annunciando alla nazione che il colpevole, il «mostro» che aveva finito Melania con 35 coltellate nel bosco di Ripe di Civitella, era lui, Parolisi.
E quel processo si svolse a porte chiuse ma il caporalmaggiore che non ha mai voluto parlare alla presenza dei giudici, scegliendo il rito abbreviato e affidandosi completamente ai suoi legali, ora vorrebbe che il processo si svolgesse in pubblica udienza. Che sia l’annuncio velato di una volontà di rendere dichiarazioni spontanee, di parlare dinanzi a tutti e fornire finalmente una sua ricostruzione di quel giorno che ha distrutto molte vite, una disperata ultima spiaggia per rendersi più «gradito» ai media e tentare di salvarsi? La richiesta di Parolisi è al vaglio della Corte che finora non si è espressa. Intanto, a fine estate, il nuovo settimanale «Giallo» ha dedicato un ampio servizio al caso di Melania Rea, intervistando il fratello Michele che ha raccontato la vita quotidiana della figlioletta di Melania, Vittoria.
«Ogni giorno – dice Michele – la piccola prende una foto di Melania prima di andare a letto e quando si sveglia, la saluta dandole un bacio e le chiede: Perché non torni, mamma?». Oggi la piccola ha 5 anni, è bellissima e socievole, somiglia molto a Melania. «Da mia sorella – continua Michele – ha ereditato la passione per il canto, è lei che ci dà la forza per andare avanti». Una bimba cui è stata strappata la mamma e che ha perso, nello stesso momento anche il papà. «Lui vorrebbe vederla, parlano ogni settimana al telefono – prosegue Michele – ma nessuno che si sia macchiato di un simile crimine può essere chiamato papà. La famiglia Rea invoca giustizia, non vendetta.
«Combatteremo perché l’assassino di mia sorella resti in carcere, non accetteremo nemmeno un giorno di sconto di pena».





