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Let’s do it Vesuvius! Ad maiora!

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Domenica si è celebrata la giornata di pulizia di una delle zone più devastate e inquinate del Parco Nazionale del Vesuvio. L’evento è stato un grande successo partecipativo. Ma, come al solito, le amministrazioni latitano.

Domenica scorsa, 9 giugno, tra Terzigno, Trecase e Torre del Greco si è concretizzato uno splendido esempio di cittadinanza attiva, si è dimostrato di come si possa portare avanti un progetto senza l’ausilio delle istituzioni; anzi, là dove tardivamente queste si sono presentate per cavalcare l’onda del movimento sono state più d’intralcio che altro.

Già nei tavoli di discussione di sabato, al MAV di Ercolano, è risultata eclatante l’assenza, quasi totale, delle autorità territoriali; mancava il presidente dell’Ente Parco, Ugo Leone, mancava il ministero, mancavano i rappresentanti di provincia e regione, mancava il sindaco di San Sebastiano al Vesuvio, Giuseppe Capasso, presidente della comunità del Parco, cosi come almeno dodici dei tredici sindaci del Vesuviano. Un silenzio irresponsabile, gravido di colpe per lo scempio di un territorio utile soltanto ai loro scopi elettorali, un territorio che ignorano o che vogliono ignorare. Una classe dirigente che casca dalle nuvole quando si scopre una discarica abusiva nel proprio comune o che ne plaude invece l’apertura quando questa è aperta “legalmente” da un governo amico.

Una classe dirigente meschina, perché si ostina a fare promesse che mai manterrà, o che imbelletterà solo grazie all’ausilio di una stampa partigiana. È purtroppo vero che se abbiamo questi politici che non solo rifuggono dalle loro responsabilità ma latitano il confronto, lo dobbiamo anche a un elettorato altrettanto corrotto, che in virtù dello scambio di favore e di un contentino post-elettorale manda avanti certa gente. Nulla nasce per caso e il cane continua a mordersi la coda. Ma tutto ciò fa ancora più rabbia, quando trasversalmente, gratuitamente e volontariamente un grande movimento di cittadini si offre di affrontare un problema, cercando di porvi un freno, se non un rimedio, fornendo informazione e creando condivisione e sporcandosi letteralmente le mani.

Ieri mattina, a Terzigno, l’amministrazione c’è parsa in imbarazzo, c’è sembrato che avesse preso in contro balzo la situazione, sottovalutato l’azione di Let’s do it Vesuvius, che letteralmente aveva invaso la pineta in via Campitelli Vecchia; infatti, confondendo i volontari per sversatori abusivi, il sindaco pro tempore Pagano, imponeva a questi un’estemporanea organizzazione, voluta per non infastidire chi nel luogo aveva la sua attività agricola e di ristorazione. Tanta solerzia improvvisa, e tanta cura per un territorio che fino ad allora era stato, e crediamo che lo sia ancora, terra di nessuno ci sembra quanto meno ridicola.

Come si è potuto pensare che un gruppo di persone fosse andato a sversare la sua immondizia, in maniera così palese e davanti a centinaia di persone, se non si fosse per anni accettata e senza batter ciglio tale pratica? Come si può vedere l’eventuale pagliuzza quando di fronte a te, per anni, hai avuto la trave dell’abusivismo edilizio, degli attacchi illeciti alla linea elettrica comunale e tanti rifiuti, di cui in buona parte ascrivibili alle attività ristoratrici di quel posto?

Il sindaco pro tempore, lì presente in giacca e cravatta, non s’è rimboccato le maniche ma ha comunque promesso che entro oggi, lunedì 10 giugno, saranno rimossi tutti quei rifiuti che i volontari, venuti da ogni dove, hanno trasportato a valle di via Campitelli Vecchia. Ci ha inoltre promesso che di lì a una ventina di giorni, superate le pratiche burocratiche relative ad un’eterna gara d’appalto, i sacconi di Piana Tonda e i rifiuti speciali di via Campitelli saranno definitivamente rimossi dalla pineta e dalle zone circostanti. Speriamo bene! Ma siccome chi ‘e speranza campa, disperato more, non v’è dubbio che domani e tra venti giorni saremo lì, in via Campitelli a verificare lo stato delle cose.

Raccogliendo rifiuti nella pineta ci si è resi conto che ci si muoveva su un sostrato di rifiuti, coperto da una sottile cortina di terriccio e aghi di pino. Rastrellando il terreno ci accorgevamo che sotto c’era una massa sfilacciata di tessuti, a nostro avviso scarti di abbigliamento militare, ma tra la massa filamentosa sbucavano anche fialette di varia misura e poi siringhe e tutta una serie di elementi che farebbero risalire il tutto a uno residuo ospedaliero o comunque sanitario. Scavando, per cercare di tirar fuori quella strana poltiglia di cotone, plastica e vetro, ci si è resi conto che era molto più estesa di quanto si potesse immaginare ed asportare ma un’altra cosa ci sorprende, il rinvenimento di un calendarietto, uno di quelli tascabili e di plastica, tanto da resistere all’umidità e a dichiararci l’anno del Signore 1977.

Sì, trentasei anni! Praticamente quell’immondizia stava lì da prima di quel tratto di pineta, che di anni ne dimostrava almeno una ventina. Verso l’una si incomincia a sbaraccare, qualcuno incomincia a sentirsi male per i miasmi prodotti dalla putrefazione dell’organico misto al talquale e si spera solo per quello; e purtroppo a prescindere dalle mascherine, che molti indossavano, ma non tutti. Infatti un’altra pecca delle autorità è stata quella di promettere molto ma di dare poco e quasi sempre confidando nel volontariato dei propri concittadini. Anche l’acqua è scarseggiata e spesso si è attinto agli improvvisati acquafrescai che approfittavano della situazione.

A onor del vero pulire la pineta di Terzigno, come del resto ogni luogo attorno al Vesuvio, sembrava dover svuotare l’oceano con un cucchiaino, una fatica immane, come estirpare qualcosa che subito, contemporaneamente al tuo gesto, riaffiora, più forte e più repellente di prima. Questa deve esser stata l’impressione anche di Christine Loriol, una collega svizzera che non s’è soltanto limitata a osservare come hanno fatto in molti ma ha duramente lavorato nella raccolta. Christine mi mostra un sacchetto di plastica, pieno dei residui di una merenda e che ha rinvenuto nel posto che aveva appena finito di ripulire.

Nel frattempo, la gente passa, si gode il sole di una domenica prossima all’estate, si ferma a guardare quei volontari che rovistano tra i rifiuti per tentare di differenziarli e rendere il lavoro più facile a chi verrà dopo (si spera!), guardano tra lo stupito e l’irrisorio l’anziano che sfalcia la gramigna che occulta i sacchetti, sfottono, anzi, pretendono pure la bottiglina d’acqua per il figlioletto che ha caldo, e poi salgono più su, per fare il loro pic-nic tra la loro stessa monnezza.

Verso le due e mezza si parte quasi in massa per Trecase, là dove un’altra squadra ha compiuto la stessa immane fatica, sarà il centro d’ippoterapia costruito dall’Ente Parco e mai affidato a nessuno per le gare d’appalto andate deserte, ad ospitare il ristoro e la festa finale dell’evento. Il centro è attualmente gestito dalle guardie ambientali di Trecase e da altre associazioni di volontariato che ne impediscono lo sfacelo. Il centro di ippoterapia diviene per tutto il pomeriggio, non solo il punto di ristoro di tutti i gruppi intervenuti, ma anche un punto di incontro, di scambio di idee, di confronto, di comprensione dei problemi e di condivisione.

Ma anche in questo caso le amministrazioni se ne escono fuori con il solito volontariato e 50 litri d’acqua per 600 persone, per fortuna oltre al vino c’è stato anche chi ha fatto la spola per provvedere all’approvvigionamento idrico. Assente il servizio navetta che da Torre del Greco avrebbe dovuto condurre ai luoghi di raccolta e in molti, sia per le persone che per i sacconi hanno provveduto con le proprie autovetture.

Il pomeriggio ci gratifica con una luce pacificante e la consapevolezza di aver agito bene allieta gli animi e rincuora un po’ tutti, che si confrontano al margine della festa per tirare le somme dell’intensa duegiorni. È il momento ora della festa e le danze vengono aperte dal gruppo samba Galera de Rua che coinvolge tutto e tutti ma il momento più bello è quando intervengono i cantatori e le tammorre della Paranza del Sabato dei Fuochi di Somma Vesuviana. Dapprima timidamente i due gruppi si alternano nello spiazzo sabbioso ma poi chi con la tammorra e chi con la gran cassa, chi col putipù e chi con altro, incominciano a trovare l’accordo giusto per suonare all’unisono e in piena armonia la stessa musica universale. Perché chi ci governa non prende esempio?

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