Queste dimissioni sono un avvertimento e una sfida: lo strappo che separa il presente della storia dal passato è definitivo. Niente sarà come prima. E non solo per la Chiesa.
Con il ritratto di Innocenzo X Diego Velazquez eresse un monumento grandioso al potere della Chiesa: le radici di questo potere sono sacre, ma vengono talvolta contaminate e avvelenate dalla rapacità dei pastori diventati lupi. L’immenso pittore studiò lo sguardo del Papa – uno sguardo insidioso, che sfugge e nello stesso tempo scruta e perseguita – , e le labbra serrate, le sopracciglia aggrottate, la mascella tesa, la mano simile a un artiglio, e vi trovò l’intelligenza penetrante e spietata della volpe e del leone. Vide e svelò: non gli fecero difetto né il genio né il coraggio.
Francis Bacon, uno dei più grandi pittori del Novecento, fu a tal punto affascinato e intimidito dal capolavoro che nel 1954, quando visitò Roma, non volle entrare nella galleria Doria Pamphilj, per non incontrare la sua ossessione. Il quadro di Velazquez, che egli conosceva attraverso la riproduzione fotografica, l’anno prima gli aveva ispirato il più noto dei suoi “studi“ sul tema del Papa. L’arte dell’ateo Bacon svelò ciò che Velazquez non aveva voluto vedere, fermandosi un attimo prima: svelò l’urlo del Papa. E lo rappresentò come un urlo senza voce, che viene su da un tempo arcano, scuote lo spazio esterno e rifluisce all’indietro, investe il corpo di chi urla, gli sfigura il volto in una macchia di orrore.
L’Innocenzo X di Velazquez sfavilla di rossi e splende di ocra, conosce i peccati del mondo, a partire dai suoi e da quelli della Chiesa, ma ha la solida certezza di essere in grado di controllarli e di dominarli. L’Innocenzo X di Bacon non ha la forza di sopportare ciò che ha visto: l’orrore del mondo lo sfalda, le bocche della tenebra lo lacerano, e lui urla, per la paura, forse, o forse perché solo l’urlo gli dà la certezza di esistere ancora, mentre le sue mani e la sua faccia sono vaghe strisce di bianco che si spengono nel buio.
Joseph Ratzinger, prima di diventare Benedetto XVI, è stato uomo di Curia e di Uffici. Conosce i lupi che hanno la tana nei Sacri Palazzi oltre Tevere, e sa quante trame si tessono nelle stanze della Banca vaticana, e intorno alle cospicue ricchezze – ricchezze non spirituali – della Chiesa. Sa che nei piani alti della Chiesa si sono combattute e si combattono, per il potere, guerre non metaforiche, la cui realtà è più romanzesca, talvolta, dei romanzi di Dan Brown. L’altra sera, gli ospiti dei salotti televisivi, tutti esperti dei retroscena di ogni storia, elencavano con cura gli scandali e i misteri che hanno travagliato il pontificato di Benedetto, e davano dettagli delle congiure e delle cospirazioni, e ricordavano documenti anonimi con oscure minacce di morte. Diceva Adriano, imperatore romano, che è triste destino dell’imperatore non solo morire pugnalato, ma anche non capire in tempo utile chi lo pugnalerà.
Non si può escludere che Joseph Ratzinger si sia dimesso per stanare, con un fantastico colpo di scena, i lupi e gli sciacalli, per conoscere da vivo le puntate della storia che sarebbero andate in onda dopo la sua morte, e i cui copioni già erano stati scritti dai registi delle trame vaticane. Non si può escludere che Ratzinger, profondo studioso della storia della Chiesa, sia stato turbato non dagli scandali in sé, ma dal fatto che si ripetono uguali, da 1500 anni, negli stessi Sacri Palazzi e con gli stessi ingredienti: calunnia, invidia, ricatto, sesso, danaro, prevaricazione. Certi “monsignori“ apparsi in TV tra ieri e oggi sembrano veramente usciti dai terribili Ricordi di Guicciardini e dai sonetti del Belli. È probabile che il Papa abbia visto, nella triste banalità della corruzione di una parte del clero, – del clero alto e di quello basso -, il segno della Stanchezza dell’istituzione, l’avvicinarsi della Notte definitiva.
I teologi progressisti accusano Ratzinger di aver contribuito a impedire che si costruisse la Chiesa disegnata dal Concilio Vaticano II. Non so fino a che punto sia vero. Ma è probabile che Benedetto XVI abbia capito che la Chiesa, “questa“ Chiesa, non è più in grado di confrontarsi con un mondo che si trasforma non alla superficie, ma nelle strutture profonde, e con una rapidità vertiginosa e imprevedibile. Stretto tra l’urgenza dei tempi nuovi e una Chiesa incapace di ascoltare e di parlare, papa Benedetto è sceso dal trono. La sua decisione è una lezione drammatica e chiara: ci avverte dello strappo che ha separato per sempre il presente della storia dal passato, ci dice che categorie che sembravano assolute e definitive: il progresso, lo sviluppo, la pace, la nazione, la famiglia, il matrimonio, la fede, oggi sono gusci vuoti, cercano un senso radicalmente nuovo.
Il gesto di papa Benedetto è l’ “urlo“: e prima che l’ “urlo“ ritornasse su di lui e lo disfacesse, egli se ne è andato. In un convento. A pregare, a vedere e ad aspettare. Come un asceta. Nella speranza che ancora una volta la Chiesa si possa salvare ripartendo dall’inizio. Noi siamo testimoni di un Evento che si realizza tra le vicende della campagna elettorale. Con un solo gesto papa Benedetto ci ricorda quali sono le misure e le prospettive della Storia alta: agli uomini politici italiani, anche a quelli che calzano scarpe dai tacchi spropositati, non si può dire che abbia fatto un favore. Li ha smascherati, li ha messi in un angolo buio della storia bassa. Nani in una storia di nani.
(Foto: le opere di Velazquez e di Bacon)







