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Le case della prostituzione a Napoli

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Le “donne scandalose” della città partenopea, nella seconda metà dell’Ottocento, svolgevano l’ “attività”, in particolare, presso l’Imbrecciata a San Francesco, in prossimità del Tribunale, dove fu costruito un muro.

Chi legge i fasci dei vari fondi d’archivio di Questura e di Prefettura in cui si trovano notizie sul fenomeno della prostituzione a Napoli nella seconda metà dell’Ottocento nota subito i toni misurati, spesso tinti di amarezza, con cui quasi tutti funzionari “alti“ e “bassi“ registrarono nei loro verbali le storie delle prostitute e i momenti di un “quotidiano“ che risultava terribile anche per chi si confrontava ogni giorno con l’ “altra“ Napoli.

I funzionari borbonici avevano affrontato il problema secondo le urgenze del momento e secondo la personale capacità di resistere alle indicazioni del clero, “alto“ e “basso“, che suggeriva una sola soluzione: mettere in carcere e in riformatorio “le donne scandalose“. Le “case“ della prostituzione erano diffuse in tutta la città, ma parve alle autorità borboniche che la zona in cui più devastante risultava la miscela tra le molte forme di crimine legate allo sfruttamento del meretricio fosse l’Imbrecciata a San Francesco, in prossimità del Tribunale e del sifilicomio di S. Maria La Fede: una strada non lastricata, “a vreccia“, chiamata anche Lampione perché davanti a ogni porta “di quel budello di vicolo“ c’era un lume acceso.

Così racconta Abele De Blasio, l’antropologo che studiò, da lombrosiano, la malavita a Napoli, e ricostruì, tra l’altro, l’albero genealogico dei camorristi Cappuccio che dalla metà del ‘700 fino a al 1880 controllarono l’Imbrecciata e le attività che vi si svolgevano. Il De Blasio racconta anche la storia del muro che nel 1852 le autorità borboniche decisero di costruire a sbarramento della strada, per impedire che le prostitute di notte uscissero a girovagare per la città. Nel 1855 un architetto, che cercava in ogni modo di non ridurre lo spazio riservato a “quelle sciagurate e infelici creature“, collocò nel muro un cancello a due porte, proprio nel punto in cui l’Imbrecciata veniva tagliata dal vicolo IV Cavalcatoio, poi chiamato Santa Maria della Fede, dove la famiglia dei Cappuccio gestiva una bettola.

Protestarono soprattutto i proprietari delle “case oneste“ del ghetto: e meriterebbero di essere pubblicati i “ricorsi“, firmati e anonimi, che inviavano alla polizia i vicini delle case “chiuse“: per lamentarsi non tanto di oltraggi inflitti alla decenza e al decoro, quanto del chiasso diurno e notturno, delle risse, del viavai di poco raccomandabili figuri, e del conseguente deprezzamento degli immobili. Nel 1886 la polizia chiuse un “bordello“ del quartiere Porto, poiché la “direttrice“, vecchia e malata, non era più in grado di mantenere l’ordine tra le “impiegate“. Poco dopo la donna chiese alla Prefettura di autorizzare la ripresa dell’attività: altrimenti lei sarebbe morta di fame.

Era una storia che si ripeteva con grande frequenza nei quartieri della città plebea. La direttiva della Prefettura era una sola: evitare ad ogni costo che il meretricio si esercitasse fuori dalle “case“, che le prostitute si sottraessero ai controlli della polizia e dell’Ufficio Sanitario, che avessero motivi di “dispiacenza“ le tenutarie e i “ricottari“, gli sfruttatori, quasi tutti informatori di polizia e doppiogiochisti. Da almeno dieci anni, però, le “famiglie“ di camorra dei quartieri San Giuseppe e San Carlo all’Arena promuovevano e tutelavano la prostituzione clandestina delle “stradaiole“: per evitare i continui controlli dei poliziotti onesti e anche di qualche poliziotto disonesto, e per non pagare la tassa della visita medica, che era salata.

Il muro dell’Imbrecciata, un muro che non chiudeva e che non impediva nulla, che si poteva facilmente scavalcare, che era pieno di buchi – un modello esemplare dell’impossibilità di “isolare i luoghi della prostituzione“ (Lucia Valenzi) – diventa nelle pagine di Abele De Blasio un “luogo“ in cui la realtà del vero si muove, involontariamente, secondo il ritmo dell’assurdo: è accaduto e ancora accade ad altri luoghi della città. Il cancello lo chiudevano alle 23, per riaprirlo il giorno dopo, tra le 6 e le 7, le guardie distaccate dal vicino carcere di San Francesco. Il capoguardia, che tutti chiamavano “papà“, prima di chiudere dava la voce: muoviamoci, che mo’ si chiude, altri cinque minuti e po’ chi è dinto è dinto e chi è fore è fore, chi è dentro resta dentro, e chi è fuori sta fuori. Da dentro rispondevano: papà, aspetta ancora un poco, che è ampresso, è presto.

E si potrebbe agevolmente dimostrare che in queste parole, e in quelle del capo, e nella scena, ci sono, in sintesi, la storia e la filosofia di Napoli. Narra De Blasio che nel 1860 le donne dell’Imbrecciata e i loro uomini demolirono muro e cancello e marciarono verso il carcere della Vicaria, per liberare i camorristi prigionieri, e che in omaggio a Garibaldi alcune prostitute incominciarono a indossare sottane con il corpetto rosso. Chi sa quale fu il destino di “zi’ Ciccio“, un piccolo usuraio che teneva banco poco lontano dal muro e che per anni aveva dato “a credenza“, a credito, a chi stava al di là del muro, pane, lupini, olive, castagne e patate.
(Quadro: H. Toulouse- Lautrec, Il sofà, 1892)

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