“La viola perduta e le altre fiabe del Vesuvio” tra leggenda e realtà il nuovo libro di Angelo Di Mauro

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Fiabe intrise di magia, tradizioni popolari e folkore da tramandare di generazione in generazione attraverso il filo della narrazione

“La viola perduta e le altre fiabe del Vesuvio” è l’ultimo lavoro letterario di Angelo Di Mauro, studioso di tradizioni popolari, sceneggiatore teatrale, poeta e scrittore.
Dal 1978 si arma di taccuino, di registratore, di videocamera e gira per le campagne registrando vite e racconti dei paesani. Intervista più di cinquecento anziani. Il materiale confluisce ne “L’uomo selvatico” del 1978, “Buongiorno terra” del 1986, “Il popolo delle fiabe”, “Le fiabe del Vesuvio” del 1994, soltanto per citare le opere più famose.

“La viola perduta e le altre fiabe del Vesuvio” è una raccolta di fiabe e di cunti ma non è adatta ai bambini perchè l’autore definisce alcuni racconti “particolarmente piccanti” e li ha volutamente scritti in napoletano.
Il libro si divide in due sezioni: ci sono fiabe romantiche dove non è presente l’elemento magico e fiabe meravigliose, dove la magia è protagonista. Le sue favole sono racconti, sono descrizioni che rappresentano l’elogio del drago, dell’orco, del minotauro e del serpente, dell’amore e dell’amicizia, un viaggio fantastico dove s’intrecciano fantasia e realtà, mito e attualità, dove l’odore delle ginestre è tessuto insieme alle parole e alla pietra lavica del Vesuvio.

La favola fa riferimento, da sempre, a simbolismi e sentimenti che appartengono a realtà primitive e profonde, attingendo la sua essenza nelle tradizioni che caratterizzano le culture dei popoli.
Un tempo le fiabe facevano parte del ricco patrimonio della tradizione orale, venivano tramandate a voce di generazione in generazione e in esse, ancora oggi, si può attingere il senso della vita depositato nell’esperienza dei secoli.

L’autore, in queste pagine, ha collezionato come un saggio cantastorie, le radici, il folklore della cultura vesuviana e lo ha fatto con sapiente maestria.
Questo è un libro che tutti dovrebbero leggere per non dimenticare le tradizioni popolari, per godersi il tempo lento che le favole sanno donare, quel tempo che una volta era dei contadini che si riunivano in cerchio attorno ad un fuoco, nelle campagne o sotto agli alberi, soprattutto in particolari momenti dell’anno e durante specifiche attività agricole, e iniziavano a narrare storie e a misurare il tempo osservando il lento mutare delle stagioni, quel tempo che riconosciamo, ora, negli anziani che, con voce pacata, gestualità e parole ben definite, “C’era una volta:”, tese a sottolineare l’importanza del cerimoniale che sta per compiersi, ‘o cunto, narrano ai fanciulli le novelle che hanno influenzato la loro esistenza, quel tempo sospeso che noi, a volte, non sappiamo o non riusciamo ad apprezzare, perchè siamo troppo presi dalla frenetica quotidianità.

Le favole, invece, hanno il potere di rendere sottile il confine tra passato e presente, sospendono il tempo attuale per accedere in un altro tempo, forse anche più reale, più primitivo, sussurrano, a chi le legge o le ascolta, le tracce della propria identità culturale, sono portatrici di un’intensa saggezza, divenendo così nutrimento per la nostra anima e, d’incanto, ci fanno ritornare un po’ bambini e sognare ad occhi aperti.
(Fonte foto: Rete internet)

 CULTURALMENTE

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