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La soluzione cinese

Gli investimenti all’estero sono una parte fondamentale dell’economia contemporanea. In uno scenario globale variegato, le opportunità offerte dal mercato cinese sono una certezza.

Da mesi il Parlamento europeo è al lavoro su una riforma della legislazione comunitaria in modo da rendere più facile per le imprese investire sui mercati emergenti, in particolare quello cinese. È un argomento strategico, le produzioni europee potrebbero trovare degli spiragli nella crisi grazie ai consumatori dei Paesi in crescita; gli investimenti dovrebbero riguardare non solo le produzioni in loco per sfruttare i costi di produzione più bassi, ma anche lo sfondamento sul mercato locale, dove milioni di consumatori formano una nuova middle class – certo molto diversa da quella occidentale – ma attirata dai suoi modelli di consumo.

Gli Investimenti Diretti Esteri – finalizzati a creare investimenti permanenti in un mercato diverso da quello di origine – sono una parte preponderante dell’economia globale, in continua espansione dagli anni Ottanta ad oggi. Le crisi finanziare ed economiche degli anni Duemila hanno rallentato la crescita del fenomeno, senza però scalfirne il ruolo.
La scelta di investire all’estero poggia su diverse motivazioni. La prima è l’abbattimento dei costi di produzione, in particolare quelli della manodopera. Ma non è tutto. Molte imprese multinazionali creano filiali all’estero per sfruttare i mercati locali e studiare sul posto la domanda di beni e servizi.
Al vertice della classifica degli investitori troviamo i Paesi più industrializzati: USA, Regno Unito, Francia, Giappone, Germania.

L’Unione Europea nel complesso si difende bene, ma la maggior parte degli investimenti sono effettuati dalle tre superpotenze, mentre hanno quote più modeste la Spagna e il Belgio. L’Italia, una delle prime 10 economie del mondo, non figura tra i primi 13 Paesi investitori, a conferma della debole presenza delle nostre imprese sui mercati internazionali.
La classifica dei Paesi per investimenti in entrata rispecchia solo in parte quella degli IDE in uscita. Tra le prime destinazioni ritroviamo alcuni Paesi industrializzati e non è un controsenso; le grandi imprese preferiscono investire in economie mature, dotate di infrastrutture e servizi adeguati.

Ma nell’elenco delle destinazioni compaiono anche i Paesi emergenti più strutturati; Brasile, Cina, India, Russia, sono mete appetibili per tutti i motivi sopraelencati: costi di produzione generalmente più bassi, mercati interni in forte espansione, livello discreto delle infrastrutture economiche e sociali con punte di eccellenza. Tra le destinazioni troviamo anche Paesi più marginali, come Tunisia o Libano, mentre la maggior parte degli Stati dell’Africa subsahariana e le economie asiatiche più povere (Bangladesh, Laos, Cambogia, ecc.) sono praticamente assenti da entrambe le graduatorie.
I flussi di investimenti sono di due tipi. Vengono definiti “orizzontali” quando riguardano Paesi con lo stesso livello di sviluppo, “verticali” se le imprese di un’economia avanzata decidono di investire in un Paese emergente o debole.

In questo secondo caso è interessante analizzare come si comporta il Paese destinatario. Gli investimenti possono riguardare solo semplici attività di assemblaggio per sfruttare la manodopera oppure le risorse locali e contribuire poco alla crescita complessiva dell’economia nazionale. In altre situazioni, invece, vengono decentrate attività a più alto contenuto tecnologico, che coinvolgono l’economia locale in modo ampio; in questo modo il Paese emergente riesce a sfruttare l’investimento estero per innescare dei cicli virtuosi di crescita.
Queste reti di investimenti hanno dimensione globale, anzi, sono una delle componenti fondamentali del processo di globalizzazione.

Ma la geografia e i rapporti di prossimità non hanno perso il loro peso. Le aree forti hanno delle destinazioni di preferenze a ridosso dei loro confini; così succede per l’Unione Europea con l’Europa orientale, per gli USA con il Messico e l’America latina e per il Giappone con l’Asia sud-orientale.
In questo quadro variegato la Cina costituisce un’opportunità unica, una realtà ambita per gli investimenti nell’attività manifatturiera e sempre più nei settori tecnologici. I fattori di attrazione sono tanti, i costi ridotti, l’istruzione mediamente elevata, le buone infrastrutture della costa orientale, un mercato immenso di consumatori con disponibilità economiche in aumento.

Bruxelles e i singoli Stati hanno il dovere di trovare soluzioni legislative, incentivi finanziari e trovate di marketing per aprire alle produzioni continentali le porte di un mercato nuovo che potrebbe, da solo, dare il là al rilancio dell’economia europea.

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