Una pubblicità viene accusata di istigare al femminicidio, una giornalista parla di ironia maschilista “che incita all’odio”, una articolista dà consigli sulla “manutenzione del seno”.
Certe settimane nascono segnate. Si parte con il cartellone pubblicitario di una ditta di Casoria che produce un panno in microfibra capace di cancellare anche lo sporco più sporco. Nel cartellone un tizio, che impugna uno di questi strofinacci, sta accanto a una donna, che dovrebbe essere morta, e di cui si vedono solo le gambe. Il tutto sotto un titolo significativo: Elimina ogni traccia.
Si è scatenato un uragano. La pubblicità è stata accusata di istigare al femminicidio, la signora Elsa Fornero, ministro per le Pari Opportunità, ha chiesto che i cartelloni venissero ritirati. La signora ministro, membro di un governo di professori, dovrebbe spiegarci perché non è intervenuta contro altre “ pubblicità “ che offendono la donna “ usandone “ il corpo in una prospettiva solo, diciamo così, strumentale. Sulla “Repubblica.it“ del 2 marzo Michela Marzano, in un articolo intitolato “Non fa ridere l’ironia che incita all’odio“, ha riportato, e commentato, una dichiarazione di Stefano Antonelli, l’ideatore della pubblicità istigatrice: egli sembra non capire ." Una pubblicità vive anche di allusioni e di ironia", si difende ingenuamente, aggiungendo che non riesce proprio a capacitarsi del fatto che si possano accusare queste immagini di istigare al femminicidio.
All’”ingenuo“ ideatore di tale istigazione la Marzano ricorda che le immagini, come le parole, non sono mai del tutto neutre e che il linguaggio, per definizione, non serve solo a "dire", ma anche a "fare" e a "far fare". “È quello che alcuni filosofi contemporanei, come Austin e Searle, chiamano il carattere performativo del linguaggio, che giustifica il fatto che alcune espressioni possano essere considerate come una forma di "hate speech" (discorso dell’odio) e quindi sanzionate. “. Questo dice la Marzano, nella speranza che l’istigatore incominci a capire. Il femminismo – mi si perdoni l’uso di un termine generico – è il movimento di civiltà che ha più incisivamente segnato la storia del Novecento: perciò non è corretto parlarne in pillole.
Anche il discorso sul potere delle immagini è più complicato di quanto si pensi. Consideriamo la “ performance “ di Valie Export, la cui fotografia sta in testa a questo articolo. E’ una “ azione “ del 1968, pensata certamente come atto di irrisione della protervia maschilista. Non credo che l’obiettivo sia stato raggiunto. Prima di tutto, Valie Export non dà l’idea della donna che ha sofferto umiliazioni e violenze e che ora si vendica del maschio trascinandolo al guinzaglio per le strade di Vienna. L’urto polemico della scena è annacquato ulteriormente dai gesti e dalle espressioni dei passanti, in particolare dalla ottusa risata dell’uomo in occhiali neri e dal fatto che il volto di Peter Weibel, l’uomo- cane, non si vede: e invece proprio sul suo volto, più che nella posizione da cane, dovremmo leggere i segni dell’ avvilimento.
La stessa ambiguità si trova nelle “performances“ “femministe“ di Yves Klein, di Regina José Galindo, di Ana Mendieta. Il cartellone pubblicitario dello strofinaccio non è ironico e non istiga al femminicidio. L’ironia, per sua natura, è fredda, smorza i sentimenti forti, spegne gli incendi, e, se è ironia di raffinata tessitura, deve partire da una atto di autoironia. Scrive la Marzano che viviamo in un’ epoca in cui l’ironia “sembra sovrana“. Volesse il cielo! Non saremmo ridotti così: purtroppo, oggi l’ironia non è “sovrana“, e non lo “sembra“ nemmeno.
In quel cartellone c’è solo la scolastica sceneggiatura di un’idea di cattivo gusto che si manifesta con fiacchezza attraverso un banale schema di allusioni. Se non ci fosse la scritta, non sarebbe facile nemmeno interpretare l’immagine, anche perché i suoi elementi costitutivi, e cioè l’espressione indecifrabile dell’uomo con lo strofinaccio e il corpo della donna quasi interamente coperto, non sono coerenti con l’“intenzione“ dell’ ideatore. Le immagini possono accendere sentimenti paludosi soprattutto se sono in movimento (Scharf, Gombrich), se mimano realisticamente le dinamiche della vita: l’attenzione generale dovrebbe concentrarsi, per esempio, su alcune serie televisive di produzione americana che, nel segno del “ noir “, sciorinano soprattutto un repertorio di esercizi di sanguinolento sadismo praticati sul corpo e sulla mente delle donne. In ogni caso, la violenza e l’odio stanno nel cuore delle persone: le immagini forniscono, tutt’al più, la scintilla che innesca l’incendio.
Su “Io Donna“ del 30 marzo viene pubblicato un “pezzo“ scritto da una donna. Si intitola “ Su di seno “ e il sottotitolo spiega: “Croce e delizia di ogni donna, richiede una costante manutenzione“. L’articolo incomincia così: “E’ il simbolo della femminilità. Potente arma di seduzione, si contende con il così detto lato B la prima posizione della classifica delle zone più erotiche del corpo femminile.”. Fatte salve le buone intenzioni dell’autrice, ogni commento è superfluo. “Manutenzione del seno“ non l’aveva mai scritto nessuno. Non l’ho sentita dire, una cosa così, nemmeno negli anni ’70, quando i donnaioli di paese presero l’abitudine di chiamare “carrozzeria“ il corpo femminile.
Forse è una conseguenza linguistica della chirurgia plastica e di una certa pubblicità e di certe regie televisive che inquadrano il corpo delle donne per “zone“. Si spera che il Grande Dizionario Battaglia registri, nel prossimo “aggiornamento“, questo nuovo uso del termine. Sì, l’antifemminismo è una trappola micidiale: ci stai già dentro, e non te ne accorgi ancora.
(Foto: Valie Export e Peter Weibel, Aus der Mappe der Hundigkeit, 1968)





