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La Francia nega il prestito della Gioconda a Firenze

Il Louvre di Parigi si rifiuta di consegnare a Firenze, per una mostra, la Gioconda di Leonardo. Il francese Berjot spiega che sarebbe impossibile far accettare ai visitatori l’assenza di quest’opera.

 La Gioconda di Leonardo Da Vinci è senza dubbio, oggi, l’icona indiscussa dell’arte. Opera per molti secoli poco conosciuta del genio toscano, negli ultimi 150 anni il dipinto ha subito un processo di valorizzazione senza precedenti, grazie anche alle varie iniziative che il museo parigino, forse il più famoso al mondo, ha saputo finanziare o incentivare attorno a quella che è divenuta poi l’opera-simbolo del museo stesso.

Molti fattori hanno tuttavia contribuito a trasformare il ritratto della “Monna Lisa di messer Giocondo” in icona e mito. Non ultimo di questi fattori il boom mediatico scaturito dal rocambolesco furto del celebre dipinto, avvenuto tra il 20 e il 21 agosto 1911, ad opera dell’italiano Vincenzo Peruggia, ex impiegato del Louvre, che giustificò poi il suo audace colpo come un gesto nazionalista per rivendicare all’Italia la Gioconda, convinto erroneamente che il dipinto fosse stato sottratto al Paese durante le spoliazioni napoleoniche.

In verità, contrariamente a quanto sostenuto dal Peruggia e a quanto recitava lo striscione “Aridatece la Gioconda”, esposto dai tifosi italiani in seguito alla vittoria del mondiale di calcio 2006, la Francia vanta pieni diritti sul possesso dell’opera leonardesca, poiché fu lo stesso Leonardo a portarla con sé, nel 1517, a Parigi. Si presume che essa sia stata poi acquistata da Francesco I e comunque risulta di proprietà della corte francese già nel 1625, quando Cassiano dal Pozzo la riporta tra le opere della collezione reale. Trasferita a Versailles da Luigi XIV fu, dopo la Rivoluzione francese, spostata al Louvre, dove è tutt’oggi conservata. Il furto del Peruggia non aveva dunque alcuna scusante.

La Monna Lisa, ad ogni modo, fu recuperata nel 1913 grazie all’intervento dell’allora direttore degli Uffizi Giovanni Poggi e dell’antiquario fiorentino Alfredo Geri, che era stato contattato dallo stesso Peruggia. L’uomo che rubò la Gioconda aveva infatti deciso, dopo i due anni passati con la Monna Lisa “appesa sopra il tavolo della cucina”, di mettere in una valigia l’opera e riconsegnare all’Italia il quadro in cambio di un “rimborso spese” di 500 mila lire, convinto ancora che il capolavoro spettasse di diritto al suo Paese. Raggirato dal Geri e dal Poggi, che non ebbero dubbi sull’autenticità del dipinto, il Peruggia fu rintracciato e incarcerato. La pena di un anno e quindici giorni fu infine ridotta a sette mesi e quindici giorni, anche per la simpatia che il suo gesto “patriottico” aveva suscitato tra la gente.

Fu proprio in occasione del recupero della Gioconda, sul finire del 1913, che, prima di ritornare trionfalmente a Parigi, il dipinto fu esposto per la prima volta agli Uffizi di Firenze e poi a Roma, a Palazzo Farnese, sede dell’ambasciata di Francia, e nella Galleria Boghese. Per celebrare il centenario di quella inaspettata esposizione fiorentina del capolavoro leonardesco, lo scorso Settembre, il presidente del Comitato italiano per la valorizzazione dei Beni Culturali e Ambientali, Silvano Vincenti, aveva perciò richiesto ufficialmente in prestito, per una breve periodo (30 giorni), il prezioso dipinto. Eppure, nonostante le disposizioni in merito alla sicurezza e alla collocazione del capolavoro, a Palazzo Medici Riccardi, progettate dal Vincenti, la Francia, dopo circa tre mesi, ha risposto, per mano del direttore generale del Patrimonio Vincent Berjot, con un secco no.

Nella lettera di risposta del Berjot si legge infatti: "Sensibile al vostro desiderio di favorire l’accesso dei capolavori dell’umanità al più grande numero possibile di persone, mi dispiace tuttavia non poter dar seguito favorevole alla vostra richiesta. Come voi stesso sottolineate, il prestito di quest’opera insigne porrebbe moltissime difficoltà tecniche. Più fondamentalmente, questo quadro è indissolubilmente legato all’immagine e alla reputazione internazionale del museo del Louvre, che ogni anno accoglie più di 8 milioni di visitatori, venuti dalla Francia e dal mondo intero, a cui sarebbe impossibile far accettare l’assenza di quest’opera”.

Ciò che sconcerta non è tanto l’attaccamento del museo parigino alla Gioconda, giustificato dal fatto che essa è senza dubbio il capolavoro-simbolo del Louvre, quanto piuttosto l’inaudita motivazione del rifiuto, individuata dal Berjot nell’impossibilità di far accettare ai visitatori l’assenza dell’opera, anche solo per un mese. Ci si chiede allora come abbiamo reagito i visitatori del Louvre che, nel 1962, non poterono ammirare il capolavoro leonardesco, al tempo dato lungamente in prestito agli Stati Uniti ed esposto alla National Gallery di Washington e poi al Metropolitan Museum di New York; o come abbiano accettato l’assenza della Monna Lisa i turisti che a Parigi, nel 1974, non poterono ammirare il quadro, temporaneamente in mostra prima a Tokyo e poi a Mosca.

È chiaro che la motivazione del Berjot è inaccettabile. Ragioni di sicurezza o di conservazione sarebbero state più plausibili, ma non si era mai sentito prima che un’opera d’arte non potesse lasciare la propria collocazione perché i visitatori della struttura che la detiene non sono in grado di accettare la sua assenza. Se così fosse, nessun museo, istituzione o ente sarebbe tenuto a prestare opere ad altre strutture, essendo la loro mancanza sempre deleteria per il turismo ad esse legato e, ovviamente, per i relativi introiti.

Ad esempio, mesi fa, a chi scrive, fu fatto notare il presunto “errore” del Museo del Tesoro di San Gennaro, che fino al prossimo febbraio, per alcuni mesi, ha dato in prestito alla Fondazione Roma Museo alcuni dei pezzi più preziosi della sua collezione. Chi mi contattava sosteneva infatti che così facendo Napoli avrebbe perso attrattiva e il Museo napoletano non avrebbe avuto i medesimi incassi degli anni precedenti.

Per quanto in parte vero, risposi semplicemente che gli "sfortunati" turisti che avrebbero visitato il Museo del Tesoro senza i pezzi più pregiati, non avrebbero avuto motivi per lamentarsi, poiché altri turisti, in questo caso quelli romani, avrebbero goduto della bellezza dei capolavori del Tesoro pur non recandosi necessariamente a Napoli, come loro avrebbero goduto della bellezza di altre opere pur non recandosi necessariamente nei relativi luoghi di conservazione. D’altronde le opere d’arte sono patrimonio di tutti e il prezzo del biglietto d’ingresso in una struttura museale, che chi mi scriveva riteneva a questo punto ingiusto far pagare, non è la somma da versare per godere di uno spettacolo, come a teatro, ma un contributo, generalmente prestabilito, che il visitatore è tenuto a dare per garantire la conservazione, la tutela e il restauro di tutte le opere che il museo custodisce a nome di tutti noi.

Detto questo, spero sia chiaro, anche al Berjot, che è del tutto sconsiderato pretendere di monopolizzare una o più opere d’arte, anche se si tratta della Gioconda, in quanto è doveroso, come scrive lo stesso direttore generale del Patrimonio francese riprendendo il Vincenti, “favorire l’accesso dei capolavori dell’umanità al più grande numero possibile di persone”. Il Comitato italiano per la valorizzazione dei Beni Culturali e Ambientali, tra l’altro, auspicava una esposizione veramente molto breve dell’opera, 30 giorni appena, e aveva dato una ragione storica ben precisa, il memoriale del furto, cosa che avrebbe riportato all’attenzione dei media il goffo colpo del Peruggia a vantaggio anche e soprattutto dello stesso Louvre.

Il museo parigino avrebbe potuto infatti godere, dopo la mostra, dell’afflusso di nuovi visitatori, curiosi di ammirare da vicino l’oggetto della celebre rapina, nonché l’icona dell’arte occidentale, ma evidentemente le autorità francesi non hanno voluto rischiare. Caro Berjot, se la tenga la Gioconda; il Rinascimento italiano ha prodotto ben più alti capolavori.
(Fonte foto: Rete Internet)

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