Nell’udienza generale di mercoledì papa Francesco ha “tuonato” con forza contro la corruzione.
Nel giugno di 30 anni fa moriva Enrico Berlinguer, storico segretario del Pci, padre del compromesso storico e fautore della rottura con l’Unione Sovietica. Il padre della cosiddetta “questione morale”.
E, paradossalmente, l’anniversario della morte di Berlinguer cade proprio in un momento particolare della storia del nostro Paese. Ogni giorno arrivano nuove notizie di corrotti, di tangenti, di illegalità diffusissima nel mondo della politica, della finanza, del sociale in genere. La corruzione produce omertà e disimpegno, ma nasce anche dalla omertà e dal disimpegno. Anche il Papa, mercoledì scorso, all’Udienza generale, ha “tuonato” con forza contro la corruzione. La parola «corruzione» nel significato che le attribuiscono le scienze sociali appare molto raramente nel Magistero pontificio.
La Dottrina sociale della Chiesa non adopera questa parola, ma definisce «corrotti» i regimi che frenano lo sviluppo di alcuni Paesi poveri. Sembra anche riferirsi a fenomeni riconducibili alla corruzione quando parla di un’economia, come quella di tanti Paesi in via di sviluppo o meno avanzati, «soffocata dalle spese militari, come dal burocratismo e dall’intrinseca inefficienza», o quando si occupa del traffico di armi o dell’uso improprio dei prestiti internazionali, oppure quando ricorda che «ingenti somme di danaro, che potrebbero e dovrebbero esser destinate a incrementare lo sviluppo dei popoli, sono invece utilizzate per l’arricchimento di individui o di gruppi».
Il Magistero sociale della Chiesa collega, inoltre, questo grave fenomeno con il sistema politico. Essa si riferisce implicitamente anche alla corruzione quando lamenta che, venendo meno il fine del bene comune, «le domande che si levano dalla società a volte non sono esaminate secondo criteri di giustizia e di moralità, ma piuttosto secondo la forza elettorale o finanziaria dei gruppi che le sostengono». Il Compendio della dottrina sociale della Chiesa definisce la corruzione come una “deformazione del sistema democratico perché tradisce al tempo stesso i principi della morale e le norme della giustizia sociale”.
Bisogna, poi, dire che la corruzione si configura anche come un fenomeno globale. Essa ha a che fare con il superamento dei confini ed è ormai un fenomeno internazionale che coinvolge l’intera scena mondiale. Nello stesso tempo, è anche un fenomeno che attraversa il sistema morale, giuridico, politico, amministrativo di un determinato Paese. Questo aspetto di globalità è molto importante, perché ci fornisce un altro criterio per valutare il fenomeno della corruzione e per rispondervi: la corruzione si combatte agendo contemporaneamente su molte leve, dato che la corruzione è fenomeno che attraversa i diversi sottosistemi sociali.
La corruzione è, poi, anche un fenomeno immateriale e come tale ha a che fare con l’«ecologia umana». Essa è un insieme di relazioni, atteggiamenti, complicità, oscuramento delle coscienze, ricatti, minacce, patti non scritti, connivenze. Certamente essa muove ingenti risorse materiali, ma nella sua essenza è qualcosa di immateriale. Questa caratteristica rende la corruzione particolarmente conforme alla società di oggi. Comprendere questo aspetto è di capitale importanza per la lotta alla corruzione.
Essa dovrà avvalersi di interventi sicuramente di tipo materiale, ma soprattutto di azioni che si collocano a livello immateriale: una «ecologia umana» fatta di buone leggi, sani legami sociali, valida educazione e istruzione, giustizia e solidarietà, tenuta della moralità di base, formazione delle coscienze è un potente antidoto contro la corruzione così come le necessarie operazioni di investigazione e repressione del fenomeno. La lotta alla corruzione è un valore, ma è anche un bisogno. La corruzione è un male, ma è anche un costo. Il rifiuto della corruzione è un bene, ma è anche un vantaggio.
L’abbandono di pratiche corrotte può generare sviluppo e benessere. I comportamenti onesti vanno incentivati e quelli disonesti puniti. Solo la solidarietà, a mio avviso, può produrre azioni concrete nella lotta alla corruzione, oggi. La solidarietà, scriveva Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis «non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti».
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