Nel caos economico e sociale che attraversa l’Europa dalla Spagna alla Grecia, la determinazione catalana ad arrivare all’indipendenza è la prova di un mosaico regionale continentale sempre più complesso e dagli esiti imprevedibili.
È notizia di questi giorni che la Catalogna avrebbe intenzione di indire un referendum sull’autodeterminazione senza peraltro attendere il nulla osta del governo centrale. La consultazione popolare in teoria deve essere concessa tramite “permesso” da Madrid, ma i catalani questa volta non hanno intenzione di aspettare e sembrano più agguerriti che mai.
Il punto di rottura è stato, ancora una volta, la crisi economica che sta travolgendo l’Europa ben oltre la semplice questione finanziaria. L’occasione propizia è stata fornita dal rifiuto del governo centrale di concedere una revisione della politica fiscale che facesse rimane i soldi dei catalani in Catalogna.
Il governatore Artur Mas – dopo aver portato in piazza a Barcellona 1 milione e mezzo di persone pro-indipendenza – cavalca l’onda dell’anomalia della Catalogna nel disastro economico iberico: la regione – dice lui e dicono la maggior parte dei catalani – è l’unica della Spagna a crescere ancora, con un PIL in aumento e il boom continuo del turismo e degli investimenti diretti dall’estero. È chiaramente (da tempo) la Comunità autonoma della Spagna con l’economia più solida e avanzata e, considerata come uno Stato indipendente, sarebbe tra le prime potenze europee, anche perché la parte preponderante delle sue relazioni economiche non è con le altre regioni spagnole ma con l’estero. Tutto vero, tutto giusto, con qualche piccolo dettaglio che viene però taciuto (la Catalogna è anche la regione spagnola più indebitata) e dei problemi logistici di non facile soluzione (l’Europa? L’Euro?).
Che sia la volta buona o no (i cinici dicono che sia tutta una manovra politica del partito di Mas per fare il pieno alle elezioni e presentarsi forte al tavolo delle trattative economico-fiscali con Madrid), la presa di posizione di una delle regioni più forti d’Europa riporta sul banco dell’attualità il tema dei regionalismi europei e del modo in cui le aspirazioni regionali – in molti casi agevolate dalla stessa UE – continuano a movimentare lo scacchiere politico ed economico del continente. Come la storia insegna, le crisi economiche sono spesso decisive per l’emergere delle tensioni autonomiste, soprattutto nelle regioni economicamente più avanzate. La Croazia e la Slovenia, per citare due esempi relativamente recenti, erano gli stati più sviluppati della vecchia Jugoslavia e, non a caso, i primi a muoversi per far implodere la repubblica federale.
Tutto questo si inserisce in un momento storico particolarmente favorevole ai regionalismi. La regione ha sempre rappresentato un livello di governo intermedio tra lo Stato centrale e le specificità locali. Da un lato la globalizzazione e la maggiore fluidità dei fenomeni economici hanno consentito oggi alle regioni più avanzate di inserirsi sui mercati globali scavalcando il livello statale; dall’altro la presenza di attori sovrastatali forti, come l’Unione Europea, ha creato un filo diretto con le autorità locali, ritenute più adatte a gestire le politiche comunitarie perché più a contatto con il territorio.
Negli ultimi 15-20 anni la regione è diventata il sistema territoriale di riferimento in grado di identificare reali processi economici e politici, più della cornice spesso artificiale e “superata” dei vecchi Stati-nazione.
Quando un contesto territoriale riesce ad unire una forte rappresentazione di sé come entità etnico-culturale con una buona salute economica e un inquadramento amministrativo consolidato, il regionalismo diventa potenzialmente esplosivo. Questo è il caso della Catalogna, ma anche di altre regioni in giro per il continente come i Paesi Baschi oppure le Fiandre. In alcuni casi manca un’univocità di vedute sull’auto-rappresentazione come nazione e sui fattori unificanti; si pensi ad esempio alla Padania. In altri, regioni pur fiere della loro particolarità etnico-linguistico-culturale non hanno la solidità economica per sostenere un eventuale distacco da uno Stato “forte” (è il caso della Scozia nei confronti del Regno Unito).
Il dato incontestabile è la ridefinizione del significato dello Stato. Questa organizzazione politica, finora dominante, continua a perdere sfere di sovranità , cedute ad organismi internazionali oppure ad enti locali. Dall’altro lato, si assiste ad una proliferazione di forme di associazioni di tipo regionale e ad una diffusa richiesta di maggiore autonomia da parte degli attori locali, che sta portando molti Stati a ridefinire l’assetto amministrativo in senso federale.
L’Europa è un laboratorio eccezionale per studiare le nuove forme di regionalismo, in un momento storico che ha reso il fenomeno particolarmente elettrico. Nonostante le aspirazioni e le pretese siano diverse da caso a caso, tutti i Paesi europei – Italia compresa e “delirio padano” a parte – devono fare i conti nell’attualità politica ed economica con il nuovo ruolo delle regioni e il loro protagonismo.
(Fonte Foto:Rete Internet)

