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Il mare indifferente e il fallimento di una generazione di vecchi

La parabola della generazione dei sessantenni: dal mare vivo e indecifrabile di Italo Calvino al mare in cui il commissario Montalbano piange sotto il peso degli anni e della delusione.

E’ la penultima settimana di agosto. Un giornale ci fornisce l’elenco degli scrittori italiani del secondo Novecento che hanno parlato di mare: c’è Camilleri, ma non c’è Calvino.

Sul lido la crisi si misura dal numero degli ombrelloni chiusi e dai lunghi brani di silenzio in cui si spegne quel rumore di fondo che è l’anima di una spiaggia per famiglie e per habitués. In riva al mare, una signora, la cui età ha superato, visibilmente, il culmine della fioritura, si fa tostare dal sole fiammeggiante: non sa che quest’anno la moda vuole facce bianche e pallori di biacca, e che l’abbronzatura totale è stata condannata come cafonesca. Se lo sa, non se ne importa. Guarda le onde, la testa reclinata sulla spalla: guarda e pensa. Un personaggio di Italo Calvino, Palomar, ritto sulla spiaggia, vuole guardare non le onde, ma “ un’ onda singola e basta “: non ama le sensazioni complesse e perciò vaghe, dirige ogni suo gesto verso oggetti limitati e precisi.

Ma un’ onda singola i suoi occhi non riescono a fissarla: anche se la distinguono dall’onda che viene dietro, non possono separarla da quella che la precede: che è un’onda bizzarra, poiché all’improvviso si rivolge contro l’onda che si trascina appresso, e pare che abbia l’intenzione di bloccarla, di impedirle di andare a morire, in uno sbuffo di schiuma, sulla spiaggia. Gli occhi di Palomar sono prima conquistati dall’intreccio dei movimenti, e poi confusi da un’onda lunga che avanza di traverso e scompiglia il quadro di insieme. Risulta evidente, allora, l’importanza del riflusso: “ se si concentra l’attenzione “, “ sembra che il vero movimento sia quello che parte dalla riva e va verso il largo”.

Se avesse pazienza, Palomar riuscirebbe a “scorgere la vera sostanza del mondo al di là delle abitudini sensoriali e mentali”, potrebbe scoprire che la verità del reale è l’esatto contrario delle apparenze che egli ha sempre accettato come certamente vere. Ma lui non ce l’ha, questa pazienza. “ L’ostinazione che spinge le onde verso la costa ha partita vinta “. Palomar si accontenta. E si allontana lungo la spiaggia, “ ancora più insicuro di tutto.”. Calvino costruisce il personaggio di Palomar sul finire degli anni ’70. Credo che nella viltà intellettuale e nell’insicurezza “dubitativa“ di Palomar ci sia la storia della mia generazione, di coloro che sono nati alla metà del sec. XX.

Ci educarono alla solidarietà e alla comprensione dell’altro, trovammo Maestri che ci spiegarono e ci fecero capire (è un ambo che non sempre esce sulle ruote della scuola) Vico, Spinoza, Kant, Husserl, leggemmo “Nessun uomo è un’isola“ , ci illudemmo, dopo il 1968, con una nuova versione del mito della nuova frontiera. Ma i carri armati sovietici che nel 1956 “avevano portato la pace“ a Budapest ci impedirono di pensare liberamente, e di ammettere che in tutte le guerre condotte dagli americani e dai loro alleati, con armi proprie e improprie, c’era una buona dose di veleni neocolonialisti.

Accettammo come fondamenti della libertà e della democrazia tutte le perversioni del capitalismo: non vedemmo, e se avessimo visto, non avremmo voluto capire, i cappi e i palchi che le cupole del capitalismo già preparavano per impiccarci. I giovani avrebbero dovuto conquistare il mondo, e demolire le frontiere: oggi, nella società globale, i trentenni sopravvivono con la pensione dei genitori, perché i genitori hanno visto, ma non hanno capito, e loro, i trentenni, praticano troppo i mondi virtuali, comprese le chiacchiere sulla speranza, e trascurano il peso e i morsi del presente: e lo lasciano, il presente, in mano ai soliti vecchi che la storia non riesce a spazzare via: perché quelli sono capaci di strangolare anche i figli, pur di non farsi spazzare via.

Il mare aprì le terre dell’ Europa alle onde dell’immigrazione, e la civiltà antica dell’ Europa ci impose di imparare in fretta come il flusso e il riflusso mischiano le culture. L’ Europa mediterranea ha accolto tutti, ora a fatica, ora con solidale disponibilità. E oggi si domanda se troverà presso gli altri la solidarietà che essa non ha negato a nessuno. Un ministro finlandese ha chiesto il Partenone come pegno del prestito ai Greci: è una battuta infelice, hanno detto. E’ una battuta felice, invece: ci consola molto ricordare che il ricco popolo di quel ministro sta da qualche parte, ai margini, nella cartina geografica dell’ Europa, ma nella storia dell’ Europa non trova posto nemmeno in una nota a pie’ di pagina.

E invece il Partenone sta al centro della storia dell’ Occidente e dell’ammirazione del mondo. Ci consola scoprire che la situazione è assurda: i Paesi rischiano di fallire se non obbediscono al tirannico dettato delle agenzie di rating: ma rischiano di fallire anche se obbediscono, “e per effetto di aver obbedito“ ( Beppe Sebaste). Il mare del nostro presente è corrotto: la sua corruzione è una metafora ed è realtà. E da Bagnoli a Torre Annunziata è la realtà di un sacrilegio. Il mare corrotto non bagna più: non c’è vento, e non ci sono onde. In “ Vampa d’ Agosto “, che Camilleri pubblicò nel 2006, il commissario Montalbano prende in affitto una casa per gli amici genovesi di Livia, la sua fidanzata, che hanno deciso di trascorrere l’estate sul mare di Vigata.

La villetta, disabitata da tempo, ha un intero piano interrato: qui trovano un baule, e nel baule i resti di una ragazza scomparsa anni prima: si scopre che è stata uccisa, dopo essere stata violentata. E’ un’estate particolare per Montalbano: all’improvviso, egli ha sentito i suoi cinquanta anni come un laccio che soffoca il respiro; il mondo gli si è accartocciato sulle spalle, e lui si è trovato, stanco e smarrito, su quella linea d’ombra da cui si guarda sempre meno al futuro e sempre di più al passato. E’ fatale che egli senta una impetuosa attrazione – la vampa d’agosto – per Adriana, la splendida gemella della ragazza uccisa. Adriana si lascia attirare nel gioco della seduzione: ma in realtà è lei che comanda la quadriglia, fino al giorno in cui Montalbano, dipanato il garbuglio del giallo, la conduce davanti al carnefice della sorella.

In un lampo Adriana uccide l’assassino con la pistola del commissario: che, paralizzato dalla sorpresa, si scuote solo per dichiarare che è stato lui a sparare. Se ne va sconvolto: è doloroso per lui scoprire di essere stato usato dalla ragazza. Si sente uno zimbello. Allora si spoglia e si tuffa nel mare di Vigata. Ma non avverte più la vitalità delle onde. Perché mentre nuota, piange. Nuota e piange. Al di là dei dati cronologici, mi pare che la storia della mia generazione si svolga tutta tra il mare che confonde gli occhi di Palomar e il pianto in mare del commissario Montalbano.
(Foto: Quadro di R. Magritte, La memoria, 1954)

LA STORIA MAGRA

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