All’origine del gioco metaforico ci sono,in letteratura e pittura, alcune immagini: il cono, il fuoco che feconda/il cratere, l’utero tonante. L’abate Galiani avvia l’operazione culturale che mira ad attenuare il terrore ispirato dal “mostro”.
Il problema l’ha posto, con chiarezza, Susan Sontag, quando nel romanzo “The Volcano lover“ (1995) ha scritto: “E’ la bocca di un vulcano. Sì, la bocca: e di lava la lingua. Un corpo, un mostruoso corpo vivente, maschio e femmina insieme.”.
Il “lover“ è Lord William Hamilton, innamorato della moglie Emma e del Vesuvio: al Lord inglese piacevano gli amori ad alto rischio. Ma poiché i sospetti sul sesso del Vesuvio risalgono a tempi lontani, conviene partire dall’ inizio. Gli scrittori latini e gli abitanti dell’agro pompeiano, per respingere da sé ogni dubbio, consacrarono il Vesuvio e i suoi vini, più che a Dioniso, a Bacco. Per gli Italici Bacco non era Dioniso, forse ne era cugino, ma niente di più. Il greco Dioniso era dio uno e molteplice, dicono gli studiosi di queste cose: un dio inquietante, torbido e ambiguo, un demone traditore e crudele.
Bacco “Liber“, colui che scioglie tutti i nodi, gli Italici lo immaginarono invece come un signorino pingue, con la faccia del bevitore giunto a quel punto in cui l’allegrezza diventa meditazione. Nella pompeiana casa del Centenario un prodigioso artista ne colse la natura giocosa dandogli come corpo un grappolo d’uva (vedi appendice). Bacco era sensibile ai piaceri naturali come il suo maestro Sileno. Dunque, il “suo“ Vesuvio era maschio e fecondatore. Ma la potenza arrogante delle immagini talvolta distorce il senso dei concetti.
Valerio Flacco vide il Vesuvio come “mugitor“, ne sentì il respiro cupo e profondo di toro innervosito , ma poi si fece vincere dall’ immagine del “cratere mortale dello squarciato Vesuvio“. Il cono e la lava fanno pensare all’organo sessuale maschile, mentre il cratere, visto dall’alto, evoca la forma dell’organo sessuale femminile: il quadro di Fischetti che correda questo articolo è il disegno a colori dell’analogia. Cratere e muggiti ritornano nella descrizione che Cassio Dione fa dell’eruzione del 202: ma trecento anni dopo Cassiodoro scrive a Teodorico che quando il vulcano erutta, la sua potenza virile “deflora” le terre all’intorno, e, nel devastarle, le prepara alla fertilità.
Questo Vesuvio maschio disperde la sua sostanza e tuttavia, pur “emettendo tanta materia”, non perde né volume, né forza. Anche Procopio da Cesarea non ha dubbi: il boato del vulcano è un mykethmòs, il “muggito di un toro”. Non ha dubbi, un millennio dopo, Bernardo Martirano, il segretario di Carlo V, che vede il Vesuvio come un appassionato corteggiatore della “bella Ottajana”. Ma l’eruzione del 1631 incomincia a modificare l’immagine del seduttore fecondatore. Prima di tutto, i vesuviani preferiscono non usare più la parola “Vesuvio”: lo chiamano “Montagna”, e contro le sue minacce incominciano ad affidarsi alla protezione non più solo di San Michele e di San Gennaro, ma anche e soprattutto delle Madonne Nere: del Carmine, di Castello e dell’Arco.
Le metafore e le analogie si fanno guerra. Nel Micco Passaro nnammorato di G.C. Cortese il vulcano è un inquieto giovinetto innamorato di una ninfa, ma a J. Addison il cratere appare un “grande buco”, simile a “una caldaia piena di materia fusa incandescente“: è il “grande buco“ dipinto da John “Warwick“ Smith (vedi appendice). Anche George Berkeley vede “una vasta cavità, piena di fumo” che gli impedisce di scorgere il fondo e la forma.”. Da questa voragine si sprigionano mormorii, clamori e tuoni di varia intensità, accompagnati da un rumore di cocci infranti, “come quello che fanno le tegole quando cadono dai tetti sulla strada.”.
Nel 1779 l’abate Galiani, travestitosi con i panni di don Onofrio Galeota, conferma che il vulcano si chiama ormai Montagna di Somma: questa Montagna, “volgarmente detta il Vesuvio“, sebbene faccia la “locca“, la scema, quando si incavola fa fuggire “con le braghe in mano Cavalieri e Dame.”. Nel 1790 Elisabeth Vigée Lebrun scrive: “Amo talmente questo magnifico vulcano, che per poco mi farei vesuviana; credo d’altro canto che anch’esso mi ami, perché mi ha festeggiato e accolto nel più grandioso dei modi“: tuoni, fulmini e una pioggia di cenere. Per questo Vesuvio innamorato come un Bacchino cicisbeo la Vigée Lebrun dipinge le Baccanti adatte, signore floride, serene e generose (v.app.).
Il Vesuvio di Giacomo Leopardi parte maschio, “formidabile“ e “sterminatore“, ma poi a quella del furioso devastatore si sovrappone l’ immagine della Natura maligna, con il suo “utero tonante“, con “l’inesausto grembo“ da cui si riversa “il temuto bollor“. Nella farsa Una contessa in erba e un conte in fumo (1869) di Antonio Petito Pulcinella così descrive una donna di Procida: “’na piezze de guagliona bella, chiatta, tonna, fresca majetica, …tanto bella che io quanno penso ai suoi voluminosi promontori si accendono talmente le materie bituminose che nc’è paura de fa’ qualche eruzione comme a chella de la montagna de Somma.”.
Per Blasco Ibanez il vulcano solitario e nuvoloso è un ipocrita che “durante anni interi respira come un bambino per attrarre le sue future vittime”, mentre Mastriani, cronista straordinario dell’eruzione del 1872, lo considera un “vecchio atrabiliare“ che in preda alla sua bizzarria mostra di giorno il pennacchio bianco e di sera “i suoi denti di melograno“ : è un pirotecnico sparatore di “folgori pazze“ e di “salterelli“, ma è anche una cucina crepitante di bollori e di sfrigolii. Le eruzioni sono “coliche, isterismi, furiosi deliri“, ma anche “un vescicatorio“ che ci salva “da un colpo apoplettico”, sono un affare per i pittori, per i “sediarii” che affittano le sedie a chi vuole godersi lo spettacolo: sono, infine “un mero sollazzo di tutti gli sfaccendati d’Europa“. Più che un vulcano il Vesuvio di Mastriani pare qui una stella del café chantant.
Il Vesuvio, scrive Fucini, è un “abbrustolito Prometeo“, è l’anima del Golfo (e i vini sono la sua anima), è, infine, un gran delinquente dalle bellissime forme che tutti ammirano perché è feroce, che tutti amano perché è bello. La Vigée Le Brun, Mastriani, Fucini, Giacinto Gigante e De Nittis sono gli interpreti più raffinati di un’operazione culturale che mira a rendere domestico il Vesuvio, a liberarlo dai colori degli Inferi perché meglio si adatti ai registri e ai ritmi della vita quotidiana: Montagna prima ancora che Vulcano: “un mostruoso corpo vivente“, scrive la Sontag, di cui un Lord inglese può innamorarsi fino alla pazzia.
(Foto: Odoardo Fischetti, Interno del cratere del Vesuvio, 1805)




