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Il Sud delle promesse campate in aria

Intervista a don Antonio Riboldi in occasione dei suoi 90 anni. Domenica, alle 18, corteo cittadino e messa solenne nel duomo di Acerra per il vescovo simbolo dell’antimafia.

Ieri un pezzo di storia del Sud ha compiuto 90 anni. Don Antonio Riboldi, classe 1923, povere origini dalla brianzola Triuggio, ha celebrato il suo compleanno nella casa dell’Umana Accoglienza, convento trecentesco nel centro storico di Acerra. In attesa della messa solenne in suo onore, programmata per domenica nel duomo, quello di ieri è stato un compleanno in stile frugale per il vescovo emerito di quest’antica diocesi, protagonista di indimenticabili battaglie contro mafia e camorra, sin dagli anni Cinquanta, dall’esperienza di sacerdote nel Belice. Da allora “don terremoto” ( appellativo attribuitogli dopo le tante proteste in difesa dei terremotati del Belice ) continua l’apostolato scrivendo libri e articoli, tenendo messa, convegni, parlando dai microfoni delle radio nazionali.

Don Riboldi, quale Acerra, quale hinterland vede, oggi?
“ Al Sud si fanno sempre tante promesse di sviluppo che rimangono sempre lettera morta, campate in aria, costringendo questa gente generosa a una continua emigrazione da una terra piena di potenzialità inespresse a causa dell’assenza di occasioni. Qui avevano promesso il polo chimico, la Montefibre, chiusa da anni, un altro progetto campato in aria. Qui avevano promesso il polo pediatrico stanziando 7 miliardi di lire, che sono rimasti lì, a Roma. Il progetto non è mai decollato a causa delle incompatibilità ambientali, al problema dell’inquinamento ”

Tanti problemi per tante battaglie, una vita di battaglie…
“ E’ dal 1978 che sono qui. Paolo VI mi ha voluto qui, dove mancava il vescovo da 12 anni. Ad Acerra veniva una volta a settimana il vescovo di Nola. Venivo dalla Sicilia, dove sono stato venti anni e dove ci fu un grave terremoto. Tentai di aiutare la gente ad una ricostruzione possibilmente rapida, veloce, conoscendo i tempi lunghi dello Stato. Ho fatto sentire tanto la mia voce che mi hanno chiamato “ don terremoto ”. Ricordo che sette anni dopo il sisma portai a Roma 50 bambini del Belice. Incontrammo le massime autorità dello Stato: Saragat, Leone, Moro ”.

Quindi, Acerra, nel ’78…
“ La gente mi accolse in un modo incredibile. Dovetti subito fare comunione col clero, promuovere gli incontri con i laici. E’ cosi che nacquero le giornate dell’aggiornamento, i “Convegni di Settembre”, un grande evento di fede a cui una volta partecipò il mio grande amico Carlo Maria Martini, all’epoca già arcivescovo di Milano. Ad Acerra mi disse: “ Magari avessi queste possibilità a Milano ”. Ma i primi tempi il grande pericolo di Acerra era la presenza della camorra ”.

Già, la camorra, lei è stato anche sotto scorta, qui, per molto tempo…
“ Il capo indiscusso era un certo Nicola Nuzzo, detto “ carusiello”. Non fu facile scuotere la paura della gente. Occorreva togliere il mito della camorra, che ne impediva ogni possibilità di progresso. Per questo ci fu un’implacabile battaglia. Che portò i suoi frutti”.

Lei parlò a Cutolo e a Nuzzo…
“ Si. Andai a trovare Cutolo in carcere, un pomeriggio della domenica di Pasqua. Gli parlai a lungo ma lui non indietreggiò, non lo persuasi. Poi, una notte, parlai per tre ore di fila con Carusiello, che era in ospedale. Alla fine Nuzzo mi chiamò per dirmi che scioglieva il suo gruppo. Fuori lo seppero i camorristi, che lo uccisero ”.

Tanti sforzi e tanti rischi. Cosa pensa di aver lasciato alla gente di qui?
“ Credo di aver lasciato un buon segno in questa diocesi, piena di grandi energie che aspettano solo l’occasione di esplodere. Peccato che di grandi occasioni ne arrivano poche. Volendo dare un giudizio sulla Chiesa di Acerra devo dire che è gente veramente generosa. Mi ha concesso tutta la fiducia possibile e gliene sono grato. Questa fiducia può ancora oggi creare un volto stupendo di Chiesa alla pari con la Chiesa dell’Italia intera”.

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