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Il Profumo della Scuola e la voglia di aria nuova

Finisce il mandato del ministro dell’Istruzione Francesco Profumo che nel suo documento-testamento dà le sue ultime indicazioni al futuro governo.

Si chiama “Atto di indirizzo concernente l’individuazione delle priorità politiche per il 2013” l’ultimo documento redatto dal titolare di Via Trastevere e più che un semplice resoconto sul proprio ruolo e sull’eredità del dicastero sembra essere un vero e proprio testamento che prova a vincolare i futuri governi in materia di istruzione.

È l’ennesimo tentativo di un ministro che, preso il testimone dal predecessore Gelmini, tenta di cambiare la Scuola italiana con slogan e frasi ad effetto, nascondendo le lacrime e il sangue che l’intero comparto ha dovuto pagare negli ultimi anni. La “revisione della spesa pubblica”, che il governo Monti, ci ha propinato per rimettere a posto i conti dello Stato, ha visto il settore della Scuola, dell’Università e della Ricerca pagare un prezzo altissimo. I tagli sono stati orizzontali e hanno messo a repentaglio miglia di posti di lavoro, oltre ad abbassare drasticamente il livello dell’offerta didattica e formativa sia nella scuola che negli Atenei.

La Commissione cultura dell’UE ha bacchettato l’Italia per quanto riguarda i pesanti tagli al bilancio della scuola. Siamo un paese da “maglia nera”, che annaspa nelle retrovie con Grecia, Cipro e Portogallo. Anni luce distanti sono Finlandia, Lussemburgo Malta che invece, anche in questo periodo di tremenda crisi, hanno destinato cospicue risorse alla Scuola. Durissime sono state le parole della presidente della Commissione UE, la greca Androulla Vassiliou: “abbiamo bisogno di un approccio coerente per gli investimenti pubblici nell’istruzione, poiché questa è la chiave per il futuro”. Se gli Stati non investono “adeguatamente”, il pericolo, ha avvertito la Vassiliou, è che “ci troveremo sempre più arretrati rispetto ai nostri concorrenti globali”, con difficoltà ad affrontare la disoccupazione giovanile.

Invece, abbiamo assistito alla volontà di fare cassa con tagli che hanno bloccato le assunzioni nella Scuola e azzerato la ricerca scientifica nelle Università. Ci si è inventati un concorso pubblico per il reclutamento dei docenti di ogni ordine e grado. Trecentoventunomila concorrenti per circa undicimila posti sparsi su tutto il territorio nazionale. Una goccia nel mare del precariato. L’ennesima ingiuria a chi, da decenni, è stabilmente posizionato all’interno di graduatorie ad esaurimento e graduatorie da concorso. E per rendere ancora più complicato il sistema di reclutamento, il ministro, negli ultimi giorni di mandato, ha firmato il decreto di indizioni dei TFA speciali che si aggiungono a quelli ordinari e al concorsone già citato.

Nessuno dimentica, inoltre, il tentativo, fortunatamente fallito, di innalzare le ore frontali di lezione da diciotto a venticinque, blaterando a mendace giustificazione che gli insegnanti in Europa lavorano più ore. Infine si è dato il via alla dematerializzazione del cartaceo nella scuola, cosa non certo disdicevole anzi, senza nessun preavviso e senza corsi di aggiornamento professionale per i docenti o l’adeguamento informatico delle scuole. L’ultima, e stavolta non solo in ordine di tempo visto che il ministro è sul tramonto del proprio mandato, è stata la trovata dei progetti innovativi sulla durata dei corsi di studio. In parole povere, nel documento conclusivo Profumo getta le basi per una Scuola che sperimenti la diminuzione di un anno del ciclo di studi nel nostro Paese.

La proposta è un guazzabuglio approssimativo che per il momento risulta essere poco comprensibile. Lungi dall’essere pregiudizialmente contrario ad una proposta organica sulla scuola e sulla durata dei corsi di studi, credo che idee di tali portate andrebbero condivise con le parti sociali e con gli addetti ai lavori. Su di esse si dovrebbe aprire un dibattito di stampo culturale e sociale. Invece no, ancora una volta si decide, o si prova a decidere, dal chiuso di stanze buie del Dicastero. Dalla nota si evince che il ministro ha in mente una proposta ampia e diversificata che dovrebbe ridurre di un anno l’iter studiorum degli alunni italiani. Essa potrebbe realizzarsi o con l’anticipazione dell’ingresso a scuola a cinque anni o col taglio di un anno tra la scuola primaria e la secondaria (I o II grado).

La sperimentazione sarebbe lasciata alle singole scuole che dovrebbero gestire, in autonomia, un percorso di studio abbreviato. Ciò comporterebbe, evidentemente, uno sconvolgimento dei programmi di studio e il conseguente rimodellamento dell’organico scolastico. Il rischio di trovarsi nuovamente di fronte ad una proposta di “macelleria sociale” è in agguato e nemmeno troppo mascherata. E non regge, ancora una volta, il confronto con i sistemi d’istruzione scolastica europei visto che ogni Paese ha un percorso diverso che prevede, in molti casi, il diploma a diciotto anni ma, nel contempo, forme di scuola a tempo pieno e l’uso largo dei laboratori scolastici. No, caro ministro, ancora una volta non ci siamo.

La scuola italiana non ha più bisogno di alchimie salvifiche calate dall’alto. Il sistema dell’istruzione non più reggere da solo il peso della crisi economica nel nostro Paese. Abbiamo bisogno di aria nuova e di un profumo che sappia di ricerca e sviluppo, di dignità della professione docente e di investimenti che migliorino la qualità e l’equità del sistema. Che siano finalmente la Scuola, la cultura e il sapere le direttrici guida che traghettino l’Italia fuori dalle sacche della depressione economica, politica e morale. C’è bisogno di aria nuova. C’è bisogno di speranza.
(Fonte foto: Rete Internet)

SCUOLA, CULTURA E DINTORNI

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