Le cose che dice l’on. Maurizio Gasparri, fedele mistico dell’on. Berlusconi, ispirano riflessioni sul teatro della politica, sugli attori-politici e sulle loro pacchiane finzioni. Di Carmine Cimmino
Solo l’on. Gasparri riesce ancora a stupirmi. Gli altri onorevoli, Bersani, Casini, Di Pietro, e lo stesso Monti, prima che aprano la bocca, già sai che diranno. L’on. Gasparri, no. Non finisce di sorprendere, ogni volta che parla si supera, è in gara con sé stesso. L’altro giorno l’onorevole, che è un fedele dell’on. Berlusconi -fedele di una fedeltà che oso dire mistica-, commentando l’atroce morte dell’ing. Lamolinara in Nigeria, ha detto, impassibile a giornalisti impassibili, che il governo dei professori, sì, è bravo a fare i conti e a raffreddare lo spread, ma ha una politica estera fiacca, affannosa: insomma, il prof. Monti non gode di molta considerazione presso le Cancellerie europee.
L’ha detto col tono di voce di chi sottintende: ci mette tutto l’impegno, poveretto, ma la politica estera non è pane per i suoi denti. Quando l’ha detto indossava un maglioncino, l’on. Gasparri. E sulla corrispondenza implicita tra maglioncino, sospiro e rimpianto si potrebbe scrivere un poema, una “ Gasparreide”. L’onorevole sospirava, e io pensavo a Erving Goffman, che è uno dei Maestri della sociologia del ‘900, teorico della drammaturgia dell’esistenza. Se Goffman si fosse limitato a descrivere la nostra vita quotidiana come un’ininterrotta azione scenica, non avrebbe detto nulla di nuovo. Lo sappiamo da sempre che siamo tutti attori, e che ognuno cerca di costruire, di sé, la migliore immagine, e di orientare secondo convenienza le impressioni e la persuasione del pubblico.
Erving Goffman sviluppa originali riflessioni, che ispirano anche gli studi di Randall Collins, sul teatro della politica, sul ruolo degli attori- politici e degli spettatori-politici, sull’importanza del “retroscena”. Goffman e Collins dicono che il ruolo del politico- attore è rischioso, perché i copioni non si rinnovano per decenni: le battute si logorano, la scena stessa si copre di polvere e di muffa. L’on. Alfano strizza l’occhio ai cattolici, si propone come patrono dell’istituzione famigliare, polemizza aspramente col partito dei giudici; quelli del PD tuonano contro la corruzione degli altri in nome della legalità; la Chiesa ricorda la nobile e disinteressata missione delle scuole cattoliche, e lo stesso prof. Monti incomincia – lo ha notato Francesco Merlo – ad affezionarsi all’immagine di Salvatore della Patria: sebbene sappia che l’Italia è ingrata con i suoi Salvatori.
L’on. Bossi è un caso a parte: su di lui si accanisce il demone vendicatore che il Vesuvio sguinzaglia contro i nemici di Napoli: è un demone sarcastico, e non c’è esorcista che lo possa cacciar via: prende possesso del corpo delle sue vittime, spalanca loro la bocca, e ne spreme fiotti di parole in libertà. L’on. Bossi, grazie a questo demone, è, a suo modo, un futurista.
Il pubblico del teatro politico partecipa alla recita: sa che sul palcoscenico si finge, è disposto ad accettare la finzione – è connivente, dice Randall Collins -, a tre condizioni: che non si superi il limite del buon gusto; che gli attori- politici non tentino di prendere per il sedere gli attori- spettatori; che gli attori- politici non pensino solo ai propri interessi, diciamo così, artistici, e che coinvolgano nella recita, sostanziosamente, anche il pubblico (per gli Italiani questa è la condizione fondamentale). Ma capita che il caso, un errore umano, la crisi finanziaria spalanchino all’improvviso sotto gli occhi del pubblico gli spazi del retroscena, i luoghi dietro le quinte dove gli attori-politici vanno a rilassarsi, a togliersi la maschera, a parlare tra di loro di cose che non stanno nel copione – che dovrebbero restare sepolte, dice Collins -, a mostrare di sé l’immagine vera, e non quella “precotta“ – Collins usa spesso il lessico del cibo.
E così sotto gli occhi degli spettatori si sciorinano, all’improvviso, i panni che dovevano restare nascosti, i patrimoni milionari di partiti morti, ma vivi, i vortici delle mazzette, gli stipendi clamorosi dei funzionari, il silenzio dei politici su questi stipendi, i privilegi delle caste, il silenzio del prof. Monti sugli affari delle banche e sul costo della benzina, che fa impennare i prezzi degli alimenti e aggiunge povertà a povertà. Il pubblico si sente preso in giro (condizione n.2), misura l’abissale sproporzione tra la ricchezza di pochi e la povertà di molti, si convince che quei pochi si arricchiscono con i soldi presi dalle tasche dei molti (condizione n. 3), si incazza, e l’incazzatura acuisce la vista e allerta l’attenzione.
Non credo che l’on. Gasparri non si sia accorto che il retroscena è spalancato e che i panni sono tutti stesi in piazza e che il pubblico è incazzato. Non credo che l’on. Gasparri pensi che gli italiani abbiano già dimenticato -faccio solo due esempi- il sorriso beffardo con cui la Merkel e Sarkozy diedero, in mondovisione, il colpo di grazia all’on. Berlusconi, o come ci trattarono i nostri alleati la notte in cui partì l’attacco contro Gheddafi .
L’on. Gasparri ha legato il suo nome alla famosa legge sulle televisioni, e dunque devo supporre che abbia una qualche competenza nel campo della comunicazione. Erving Goffman e Randall Collins giudicherebbero quello dell’on. Gasparri un caso da manuale, l’esempio dell’attore- politico che o è costretto, dall’incapacità degli autori, a ripetere le battute di un copione ormai sgangherato, o non è più in grado di prestare attenzione all’uditorio e di coglierne l’umore. Ma forse c’è un’altra spiegazione. I condottieri antichi, quando entravano nel teatro di guerra, mandavano in avanti squadre di “arditi”, che avevano il compito di testare la rapidità e la consistenza della reazione dei nemici, e di scoprire la direzione dei loro movimenti.
L’on. Gasparri e altri suoi colleghi, di destra, di centro e di sinistra, sono gli “arditi“ di questa classe politica, che è stata umiliata come mai era accaduto nella storia d’Italia, e che è costretta a muoversi su un palcoscenico dove sipari e quinte di scena sono stati sbaraccati. Gli “arditi“ escono in sortita e lanciano le loro “battute“ come scandagli, a misurare quanto profonda sia la rabbia della gente, e quanto nera e quanto torva. Chi sa cosa raccontano ai loro capi, quando rientrano, di corsa, nei fortini.
(Foto: Quadro di Grant Wood, “Gotico americano”, 1930)






