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Nota anche come giallo egiziano, la tinta il cui nome è indissolubilmente legato a Napoli è tra le più utilizzate in tutta la pittura dei secoli scorsi e apprezzate in tutto il mondo per le qualità delicate e luminose.

“Fiume giallo/ giallo farfalle/ cinese giallo/ giallo su evacuazione di massa/ il giallo cinese/ giallo nel piatto/ giallo cava/ giallo chiamano/ giallo scontri/ giallo tufo”. Versi che accostano oggetti e materiali che hanno come unico filo conduttore il colore del sole; sono di Camillo Ripaldi, giovane fotografo napoletano, che le dedicò al tema de “Il Giallo di Napoli”; non un racconto noir dai toni cupi con protagonista Partenope, ma una mostra collettiva tenuta qualche anno fa che riuniva decine e decine di artisti, tra i più disparati, provenienti da esperienze e con percorsi personali tanto lontani che solo un gancio giallo sembrava poter riunire. In realtà, quel colore che, forse, ben si prestava ad esprimere la solarità della città, valorizzarne la fertilità e la cultura, delineava, soprattutto, la metafora ideale della solida identità partenopea, e lo faceva attraverso un colore che la rappresenta in lungo e in largo per il mondo.

Il “giallo di Napoli”, o “giallo egiziano”, è una varietà cromatica la cui composizione chimica è a base di piombo e antinomio. Presenta una tonalità chiara, tendente al camoscio, tanto versatile da prestarsi alle sfumature più luminose e delicate che hanno reso la tinta indispensabile sulla tavolozza di qualsiasi pittore. Il suo ripetuto utilizzo registra una longevità unica: anticamente creduto proveniente dal tufo che in città ha da sempre conosciuto un uso corrente (basti pensare alla splendente doratura di Castel dell’Ovo), è noto fin dalle culture mesopotamiche (700 a.C.) ed egizie (1500 a.C.) e risulta il materiale privilegiato per i vetri opachi e le ceramiche in buona parte dell’antichità fino a quando, nel XVIII secolo, finisce per soppiantare completamente il giallolino nell’uso pittorico.

Ferrante Imperato, farmacista e naturalista partenopeo del XVI secolo, offre una delle prime testimonianze sull’uso del pigmento in questione, seppur non molto precisa: “Il giallolino si prepara da bianco di piombo e imita il colore della ginestra; è un giallolino che diventa rosso intenso per forte riscaldamento”. Una denominazione che, malgrado l’equivoca confusione con una tipologia differente di colore, rimase ancora in uso, ma che attesta un frequente ricorso alla tinta napoletana. Nella sua “Breve Istruzione per dipingere a fresco”, il pittore e teorico dell’arte Andrea Pozzo indicava il “giallolino di fornace”, che “chiamasi a Roma giallolino di Napoli”, come un ingrediente necessario per l’affresco.

Ma la consacrazione del “giallo di Napoli” avviene con l’ Impressionismo: è evidente, per un movimento il cui tratto peculiare era contraddistinto da tocchi di colore puro, direttamente impastati sulla tela così da inventare sfumature uniche e variopinte, senza mescolare la vernice sulla tavolozza com’era da sempre in uso in pittura. La rivoluzione impressionista, infatti, passa per buona parte dal colore. La pastosità delle pennellate di Monet o il tocco morbido e la “gioia del colore” di Renoir erano il frutto di un cocktail cromatico in cui il giallo di Napoli era la garanzia della buona riuscita di quella luminosità diffusa avrebbero proiettato le loro tele.

Parola di Cèzanne: “Dov’è il vostro giallo di Napoli? Il nero pece, la terra di Siena, il blu cobalto, la lacca bruciata? È impossibile dipingere senza questi colori!".
In cromoterapia il giallo è il colore della distensione, un’iniezione esplosiva contro il nervosismo, la tensione e la paura, il colore del cambiamento. Il miglior auspicio, dunque, per il destino di una città troppo spesso martoriata, vittima indifesa di torti e sciagure: il colore della rinascita può essere il giallo di Napoli.
(Fonte Foto: Rete Internet)

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