I Pirap fluttuano nell’aere ma non toccano mai terra. Sarà forse perchè buona parte di essi non hanno tenuto in conto della realtà territoriale di riferimento e rischiano di essere una mera raccolta di fondi comunitari da spendere ad ogni costo.
La logica, alle nostre latitudini è quella di facciata, per cui, quando c’è qualche spicciolo a disposizione non si pensa certo a come farli fruttare in termini di economia locale ma a come impiegarli per scopi puramente propagandistici. Anche con gli ormai famigerati PIRAP si rischia di fare la stessa cosa; questo di sicuro se al termine ultimo del 15 marzo per la loro definitiva approvazione, la Regione Campania, li accetterà tali e quali come li han presentati.
Infatti, il problema sta tutto là, ovvero come sono stati presentati; da un esame accurato dei 34 progetti, redatti da alcuni comuni dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio (riducibili in buona parte alla metà del loro numero se si considera la complementarità di molti di essi, divisi in due per non superare il preventivo previsto dalla normativa), risulta chiaro, per buona parte di essi, che la loro ragion d’essere non era “lo sviluppo sostenibile, centrato sulle risorse del territorio a partire da quelle agricole” ma quella di spendere comunque quei soldi così gentilmente offerti dall’Europa con l’intercessione e la supervisione regionale.
Molti di quei progetti non sono altro che vecchie proposte, più volte reiterate e mai approvate per varie ragioni, come nel caso del comune di Massa di Somma, dove il cartaceo del preliminare non era che era un vecchio progetto, sbianchettato, e nel suo formato digitale palesemente intitolato: “Ristrutturazione di Via De Filippo”, mentendo sull’ipotetica e quanto mai fantomatica presentazione di “Porta del Parco”. In altri casi come per il comune di San Sebastiano, pur mantenendosi questo entro i dettami normativi della sistemazione della viabilità già esistente a monte della Panoramica Fellapane, a servizio delle aziende presenti in loco (misura 125, sottomisura 2A), non ha purtroppo minimamente tenuto conto della realtà naturalistica del vicino sentiero n°8, lasciato in completo stato di abbandono così come per la logica turistica locale, in balia di coppiette, malcostume e pressapochismo.
Poi ancora, come per Ercolano, il doppio progetto che contempla la ristrutturazione stradale di Via Castelluccio, viene fantasiosamente chiamato “La salita al Gran Cono” dimenticando l’ostacolo urbanistico che divide la Contrada Novelle Castelluccio dall’asse viario della Strada Provinciale che porta al Cratere. Quest’ultimo progetto è una vera e propria cattedrale nel deserto e dovrà tener conto di ben altre sinergie e più considerevoli investimenti per il riassetto idrogeologico e la bonifica di tutta la zona in questione. In quel di Ottaviano invece si è pensato di raggiungere la sentieristica ufficiale attraverso la ristrutturazione dell’antico sentiro della Carcova, fin qui, tutto bene, fermo restando che in quel luogo non sussistono i requisiti progettuali previsti, innanzitutto perché non sembra esistano aziende e fondi tali da riattivare una rinascita dello “sviluppo rurale” immaginato nella premessa del progetto ma vi è di contro tanta spazzatura e tanto abbandono che necissitano altre cifre per una sua completa ed effettiva percorribilità.
Singolare poi, sempre in relazione al progetto ottavianese, la sua seconda parte che prevede l’esborso di 300.000 euro per la rimessa in sesto della strada che porta al Cratere e che coincide col percorso dei sentieri 1-2-5-6 della sentieristica ufficiale e che, caso unico, nei tratti in questione, inclusi entro i confini municipali di Ottaviano, sono gli unici ad essere oggetto di manutenzione ordinaria da parte degli operatori forestali della provincia, rendendo quindi supreflui i lavori lungo l’asse sentieristico che col raccordo dalla Carcova porta verso il Gran Cono.
Quanto sopra esposto non è altro che un assaggio di ciò che celano i PIRAP che, sconosciuti ai più, rischiano d’essere accettati in quanto tali ed esaltare quell’arte, tutta nostrana, dello spreco e del clientelismo. Risulta inoltre evidente che, nella fase progettuale sia mancato l’ascolto del territorio, previsto chiaramente dal bando, impedendo alla parte degli operatori economici, a quelli dell’associazionismo e di tutti quegli altri portatori d’interessi di poter comunicare le loro istanze e di poter offrire la loro conoscenza delle problematiche specifiche legate all’ambiente e all’economia locale. I progetti, nel loro insieme, sembrano uno scarso esercizio di stile ingegneristico, dove è probabilmente mancata la sinergia tra i tecnici del Parco e quelli comunali, là dove si è anche persa di vista la realtà vesuviana e del suo Parco Nazionale, in quanto unicum e non frazionata suddivisione amministrativa.
Nelle prossime settimane cercheremo di analizzare più a fondo suddetti progetti e le caratteristiche di qualcun altro di quelli non ancora elencati (ci sono ad esempio anche i 7 proposti da Parco e Provincia), cercando di capire le incongruenze di questi e, ovemai ce ne fossero, i loro punti di forza.





