Il ricordo di Pasquale Affortunato. Non avrei voluto scrivere un articolo, ma solo pubblicare fotografie come parole, una accanto all’altra. Spesso le fotografie del passato ci aiutano a fare i conti con il presente. Le foto
Le fotografie del passato anche recente, sollecitando i ricordi e colorandoli con le tinte enfatiche del tempo che fu e che in quel fu ha spento anche la nostra giovinezza, talvolta non ci permettono di osservare il presente con una accettabile serenità: soprattutto se il presente fa di tutto per apparire uno stagno immoto, una minaccia di tenace fanghiglia.
E tuttavia ognuno di noi, quando giunge l’imbrunire della vita, deve fare i conti con il passato, e soprattutto con quella perversa malia dell’immaginazione che dilata i confini di una piazza, di un quartiere, – i confini della passata giovinezza -, fino a farli coincidere con i confini del mondo: è una allucinazione che viene inflitta alla nostra memoria fantastica da quei luoghi che si trasferiscono dallo spazio fisico allo spazio dell’ anima. E dunque è necessario che veda la luce un libro di fotografie sulla storia di Piazza San Lorenzo e del Circolo Diaz nell’ultimo trentennio del secolo appena concluso, dai fasti degli anni ’70 –’90 all’inizio della decadenza: si vedrà come le circostanze abbiano saputo fare delle vicende di una piazza e di un circolo lo specchio della storia sociale di una intera comunità.
Basta osservare, per rendersene conto, la fotografia che apre questo articolo e le altre pubblicate a corredo. Sono immagini delle edizioni 1990 e 1991 del Palio degli asini, organizzate dal Circolo A.Diaz sotto la presidenza di Pasquale Affortunato: le edizioni più memorabili, con quella del ’92, allestita sotto un altro presidente. Queste fotografie svelano all’osservatore attento alcune virtù del sistema: la cura dei particolari, la coerenza di un progetto, un gusto che giustifica nel gioco ogni eccesso teatrale e anche qualche punta di kitsch, la compattezza dell’organizzazione, il coinvolgimento dell’intera città. Cosa sia rimasto di questo corredo, lo sappiamo tutti. E questa consapevolezza rende il ricordo un amaro rimpianto.
Pasquale Affortunato, che è scomparso da poco, divenne presidente del “Diaz“ nel marzo del 1989, in uno di quei momenti, non rari, in cui le acque all’interno del sodalizio si agitavano sotto il soffio del vento dell’ambizione, e le diatribe tra gli aspiranti condottieri rendevano effervescente la vita quotidiana in tutta la piazza. Ma il carisma di Pasquale Affortunato era tale che il vento immediatamente si placò, le acque si adagiarono in una calma piatta, e gli aspiranti condottieri ritornarono nei panni dei soldati semplici. Il carisma di Pasquale Affortunato non aveva bisogno né di lunghi discorsi né di toni imperiosi: nasceva dalla storia personale dell’uomo che, sia come imprenditore importante nel settore dell’edilizia, sia come amministratore del Comune di Ottaviano, aveva espresso i valori dell’integrità, della lealtà, della franchezza.
E li aveva rappresentati senza sforzo e senza artificio: perché erano, quei valori, l’essenza della sua natura. Pochi uomini ho conosciuto che fossero come lui capaci di essere sempre sé stessi, in ogni luogo e in ogni circostanza, di arrivare immediatamente al nocciolo delle questioni, senza perdere tempo lungo la circonvallazione delle chiacchiere, e, nello stesso tempo, di non atteggiarsi mai a giudici: Pasquale Affortunato aveva imparato dalla vita a vedere che dietro gli errori e le cattiverie c’è, prima della stupidità e della malvagità, la pena stessa del vivere.
Agli organizzatori del Palio ’91 egli diede questo mandato: “Deve essere un’edizione perfetta. Per tutto quello che vi serve, disponete di me”. Punto e basta. Per il corteo storico i quartieri si ispirarono agli splendori della corte di Augusto, a Napoli “come era e come è“, al folklore vesuviano. La giuria fu presieduta da Ermanno Corsi: tra i membri vi era anche Antonio Ravel. Durante la cerimonia di premiazione fu un’impresa assai dura convincere il presidente Affortunato a farsi fotografare almeno con la giuria e con i rappresentanti della contrada il cui ciuccio aveva vinto la corsa. Da vivo mi avrebbe chiesto di non parlare così a lungo di lui, di non andare oltre i confini della sua proverbiale riservatezza.
Ma l’avrei accontentato solo in parte. Poiché Ottaviano sprofonda in un mare di chiacchiere, che talvolta vengono fuori dalla bocca degli ingenui, ma spesso servono ai furbi per nascondere, per tentare di nascondere, le loro intenzioni. E poi anche la storia del Palio è finita, e poi c’è il rischio che il Circolo chiuda per sempre le sue porte nell’anno del centenario. Restano le fotografie di uomini luoghi circostanze che non fanno più parte del mondo visibile: queste fotografie non solo sollecitare la commozione, ma ci aiutano anche a fare seriamente i conti con il presente. Credo che sia venuto il momento di rispondere a una domanda: perché Ottaviano è ridotta così.
(Foto: Ottaviano. Corteo storico del Palio degli asini 1990)






