Da Stefania Craxi a Chiara Moroni, da Marine Le Pen (nomen omen?) a Aung San Suu Kyi, le figlie d’arte in politica
Dalla sentenza di cassazione in poi, che sta dividendo l’Italia tra fan sfegatati del Cavaliere e suoi detrattori irriducibili, è tornata in auge la possibilità che vedrebbe, alla guida di Forza Italia (secondo capitolo, il ritorno) la sua primogenita, Marina. Lei ha smentito a più riprese, ma dopo la sentenza quest’eventualità avrebbe più chance per concretizzarsi. Se il passaggio del testimone tra padre e figlia dovesse avverarsi, Marina entrerebbe di diritto nell’elenco delle «figlie d’arte» entrate in politica. Una lista inaugurata in Italia da Stefania Craxi, figlia dell’ex leader del Psi Bettino, che ha fatto la sua comparsa sulla scena politica sette anni fa, quando è stata eletta alla Camera sotto le insegne di Forza Italia e poi confermata nel turno elettorale del 2008 con il Pdl.
Ma c’è anche Anna Maria Bernini, figlia di Giorgio Bernini, deputato nel 1994 con il Polo delle Libertà e poi ministro per il Commercio con l’estero nel primo governo Berlusconi. Lei, avvocato prestato alla politica, è stata deputata con il Pdl nel 2008, poi riconfermata parlamentare, però al Senato, alle ultime elezioni. Nel 2011 è stata anche ministro per le Politiche europee nel quarto governo Berlusconi al posto di Andrea Ronchi. Figlia d’arte è anche Daniela Cardinale, in Parlamento dal 2008 con il Pd. Il padre, Salvatore, è stato ministro, alla fine degli anni Novanta, nei governi D’Alema e Amato. In politica si è cimentata anche Giulia Rodano, nel 2010 consigliere regionale dell’Idv nel Lazio. Il padre, Franco, era stato un parlamentare di spicco del Pci.
A lungo in Parlamento, dal 2001 al 2010, è stata Chiara Moroni, figlia di Sergio Moroni, parlamentare del Psi che si suicidò dopo essere stato coinvolto all’inizio degli anni Novanta nell’inchiesta Mani pulite. Eletta con la Casa delle libertà prima e con il Pdl dopo, nel 2010 è passata nelle file di Futuro e libertà, il partito di Gianfranco Fini nato dopo la scissione con il Pdl. Un percorso politico nel Consiglio regionale del Lazio l’ha compiuto Isabella Rauti, figlia di Pino Rauti, esponente di spicco della Destra italiana e segretario del Msi-Destra nazionale, del Movimento sociale-Fiamma tricolore e del Movimento Idea sociale. Isabella Rauti è stata nominata dal ministro dell’Interno Angelino Alfano consigliere per le politiche di contrasto alla violenza di genere e del femminicidio. Nella lista delle figlie d’arte c’è anche Marietta Tidei, eletta alla Camera con il Pd.
Il padre, Pietro, sindaco di Civitavecchia, è stato deputato con l’Ulivo prima e con il Pd poi, dal 2001 al 2008. Non è certo una prerogativa del belpaese, però. All’estero, Marina sarebbe in ottima compagnia. Di Marine Le Pen, per esempio, figlia dell’ex presidente del Front National Jean-Marie, combattiva leader della destra francese che nel 2012 si è candidata alle presidenziali ottenendo un terzo posto alle spalle di Francois Hollande e Nicolas Sarkozy. Divenuta europarlamentare nel 2004, Le Pen è dal 16 gennaio 2011 leader dell’Fn. E poi c’è Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione birmana, Nobel per la pace, eletta in Parlamento allo storico voto dell’anno scorso, figlia del generale Aung San, capo della fazione nazionalista del Partito Comunista birmano, di cui fu segretario.
Altra figlia d’arte è Dariga Nazarbayeva, figlia del presidente del Kazakhstan Nursultan Nazarbayev, che ha formato il partito Asar (in kazako «Tutti insieme»), poi fuso con il partito pro-Nazarbayev Otan nel luglio del 2006, mentre negli Stati Uniti Liz Cheney, figlia dell’ex vicepresidente Dick Cheney, ha recentemente annunciato che intende candidarsi al Senato in Wyoming il prossimo anno. Figlie d’arte anche in Iran e Tunisia. Yusra Ghannouchi è portavoce del partito islamico tunisino moderato di Ennahda, fondato dal padre Rashid Ghannouchi, mentre Faezeh Rafsanjani, figlia dell’ex presidente Hashemi, è stata candidato sindaco di Teheran, deputato, ma lo scorso anno è stata interdetta da ogni attività politica per cinque anni, con l’accusa di «propaganda contro il sistema».
Non è detto che la Berlusconi raccolga l’invito, ma la sua «discesa in campo», per usare termini cari al genitore, avrebbe un effetto dirompente sul popolo «azzurro». E anche un vantaggio: se il Cavaliere non potesse più candidarsi o tenere salda la leadership per motivi «giudiziari», nel simbolo di Forza Italia o comunque si chiamerà il nuovo partito, potrebbe sempre esserci il cognome che negli ultimi vent’anni ha racimolato voti a profusione. «Berlusconi». È il suo, chi potrebbe impedirle di usarlo?



