Fiat, un operaio della Fiom: “Lottiamo per la libertà di tutti”

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Intervista a Mario Di Costanzo, uno degli operai della Fiom messi alla porta dalla Fiat.

Mario Di Costanzo (foto), 37 anni, moglie casalinga e bimbo di quattro anni, abita ad Acerra, a un tiro di schioppo dalla grande fabbrica. Mario è uno dei 19 operai della Fiat iscritti alla Fiom che ieri sono stai invitati a lasciare lo stabilimento.

Può raccontare com’è andata ieri mattina?
“Siamo entrati e i vigilanti ci hanno detto che dovevamo entrare nello show room dello stabilimento. Una volta lì siamo stati accolti da un gestore operativo, un quadro, e da un supervisore, un capo. Ci hanno offerto il caffè col sorriso sulle labbra, un sorriso perfido. Quindi ci hanno comunicato che dobbiamo starcene a casa con lo stipendio pagato perché in fabbrica non c’è posto, per motivi organizzativi e di mercato. Ma la Fiat per sanare la discriminazione che ha fatto non può pagarmi e tenermi fuori”.

Questa decisione come si sta ripercuotendo su di lei e sulla sua famiglia?
“Stiamo avvertendo una totale mancanza di sensibilità, di umanità da parte della Fiat e di tutti coloro che ne eseguono le decisioni. Un cinismo che paradossalmente più che colpire me si sta ripercuotendo molto di più sui miei cari. Mia moglie Monica, che ha 30 anni, è più apprensiva che mai. Vive in modo drammatico ciò che sta succedendo. Vede sempre un futuro molto cupo. Pensa sempre che abbiamo un bambino e che la mia scelta di lottare per la libertà di espressione, per la democrazia, possa portare conseguenze negative alla famiglia. Lei mi chiede continuamente di essere più prudente”.

Lei proviene da un lungo periodo di cassa integrazione?
“Lunghissimo. Anni di cassa. Le retribuzioni sono ancora scarse. Mia moglie non lavora per cui sta ancora cercando lavoro ma tutto quello che troviamo è qualche impiego molto oneroso con salari di appena qualche centinaio di euro, al nero ovviamente ”.

E il bimbo, sta avvertendo queste tensioni?
“Faccio di tutto per tenerlo lontano perché so che questa sua deve essere l’età della felicità, del gioco. Mi sforzo di non fargli capire nulla di ciò che sto passando”.

Si è fatta un’idea precisa del perché di questo conflitto sindacale?
“Innanzitutto ci sono forti timori occupazionali. Legare ogni cosa al mercato e a suoi capricci è la presunta strategia di Marchionne che rischia di creare solo tanta disoccupazione. Migliaia e migliaia di cassintegrati, per il momento. Sul piano più strettamente politico e delle relazioni sindacali il fatto che ci si comporti così con chi ha la sola colpa di dissentire fa parte di una precisa strategia politica. Hanno esteso il contratto di Pomigliano a tutto il gruppo e poi lo hanno di fatto inserito anche nel nuovo contratto nazionale dei metalmeccanici, che la Fiom non ha firmato. La strategia di Marchionne è quella di tutte le multinazionali che operano in contesti sociali ed economici difficili: zittire il dissenso”.

E i suoi colleghi in attività cosa avverte che pensino? Come li giudica?
“Cinque anni fa ridevamo degli operai polacchi della Fiat, che non rilasciavano mai dichiarazioni ai giornalisti davanti ai cancelli della fabbrica. Ora la situazione polacca è qui, da noi: tutti i lavoratori tengono le bocche cucite. A Pomigliano c’è stata una selezione politica del personale che è andato a lavorare. Ma anche una selezione, come dire, della “razza”. Gli “rcl”, i lavoratori a ridotte capacità, sono stati del tutto emarginati”.

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