Fiat, a Pomigliano è tregua armata

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Dopo gli scontri dell’altro ieri Confederazione Cobas e Slai Cobas hanno già proclamato otto ore di sciopero per sabato prossimo, seconda giornata di recupero produttivo. La Fiom deciderà domani.

Un dato è certo: nell’intera galassia italiana delle produzioni automobilistiche Fiat l’unico conflitto molto forte con l’azienda è concentrato in terra partenopea, a Pomigliano.

Una durissima contrapposizione, di natura sia occupazionale che politica, culminata all’alba di sabato con i tafferugli tra il Comitato di lotta cassintegrati e licenziati e le forze dell’ordine, impegnate a neutralizzare i picchetti per garantire il regolare accesso in fabbrica degli operai, 1500 addetti comandati a lavorare nella giornata di recupero produttivo supplementare non retribuita come straordinario. Intanto l’interrogativo di questa fase è di comprendere cosa potrebbe succedere sabato prossimo, cioè nel secondo e ultimo recupero compensato con un giorno di ferie. Per il momento è certo che davanti alla fabbrica automobilistica si ripresenteranno i militanti del Comitato di lotta, aderenti alla Confederazione Cobas, e dello Slai Cobas di Vittorio Granillo.

I due sindacati di base hanno già proclamato lo sciopero di otto ore per il prossimo 22 giugno. La Fiom invece deciderà domani, durante la riunione dei delegati e degli iscritti di Fiat e indotto. “Per adesso non possiamo esprimerci, le iniziative saranno programmate martedì”, conferma Maurizio Mascoli, della segreteria regionale dei metalmeccanici Cgil. Mascoli sostiene che “l’altro ieri le produzioni sono state comunque avviate perché gli operai della Fiat sono minacciati da un contratto specifico di lavoro che prevede sanzioni fino al licenziamento, lavoratori che peraltro non erano contenti di recarsi in fabbrica per una giornata di lavoro straordinario che non sarebbe stata retribuita come tale ma che sarà ricompensata soltanto con un ordinario giorno di ferie da scalare”. Il dirigente Fiom ribadisce come prioritari “i contratti di solidarietà”.

Dal canto suo la Fiat ribadisce che “anche per sabato prossimo l’obiettivo è il lavoro, con la speranza che non accadano gli incidenti che si sono registrati”. “La protesta è legittima – aggiunge il Lingotto da Torino – ma non è legittimo impedire il libero accesso dei lavoratori”. Giovedì l’azienda aveva presentato alla procura di Nola un esposto per una serie di presunte minacce di sabotaggio da parte di responsabili e militanti sindacali e politici. In settimana i legali della Fiat seguiranno gli sviluppi della denuncia. Il contesto sociale in cui si sta sviluppando questo braccio di ferro è di quelli esplosivi.

I 2400 cassintegrati a zero ore di Fiat Pomigliano, Marelli Poggioreale e Fiat-Wcl Nola, molti dei quali si ritrovano al quarto anno di cig con salari che non arrivano a 600 euro al mese, sopravvivono in una fetta d’Italia dominata dalla camorra, dal clientelismo esasperato, dallo sfruttamento più duro, dalla disoccupazione e dall’assenza di prospettive di ricollocazione una volta perso quel po’ di lavoro tutelato che resta. “La politica? Per la verità il nostro unico obiettivo è di tornare tutti in fabbrica”, replica Rosario Monda, uno degli attivisti del Comitato di lotta cassintegrati e licenziati Fiat che sabato scorso, subito dopo i tafferugli, hanno occupato un edificio del comune di Pomigliano, accanto al parco pubblico, trasformandolo in una sorta di centro sociale operaio.

I militanti della Confederazione Cobas stanno anche dormendo all’interno di queste due stanzette abbandonate da anni. Temono uno sgombero forzato.

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