Napoli. Il mito e l’essenza delle vere donne napoletane

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Un’analisi delle donne partenopee in seguito a due casi recenti. Fotografia di un costante conflitto tra la razionalità e la follia in cui a pagare un prezzo altissimo sono sempre più spesso le donne.

La donna è un essere umano, esattamente come lo è l’uomo. Se gli eventi recenti di femminicidio accadono tutt’oggi con tale barbarie, è allora necessario premettere tale definizione, non solo ovvia, ma anche completamente sottovalutata nelle riflessioni e negli assetti culturali della nostra contemporaneità. La donna è come l’uomo e l’uomo è come la donna.

La differenza di genere non autorizza in nessun modo l’espletamento di manifestazioni violente intese a marcare la predominanza di un genere sull’altro. Le memorie storico-antropologiche che vedono l’uomo superiore alla donna appaiono, in questa modernità, ridicole a chiunque riesca ad avere una minima capacità di raziocinio, eppure ancora si perseverano atti di arroganza, di demenza maschile, sottovalutati per la loro gravità e soprattutto poco evidenziati da chi si occupa di controllo sociale e di sicurezza urbana. Si richiede ancora una volta la necessità di definire dei punti d’intervento, come ad esempio l’esemplare sanzione punitiva per chi commette reati di questo tipo. La certezza della pena e i programmi di civilizzazione culturale, sono una base ancora distante con cui intervenire al più presto per arginare eventi dolorosi come l’omicidio commesso qualche giorno fa, in cui ha perso la vita Anna Fiume, cinquantadue anni, uccisa dal figlio Ciro Ciccarelli.

Il giovane le aveva ordinato di portargli un bicchiere d’acqua e il rifiuto della madre è stato il motivo scatenate della lite che ha condotto il ragazzo a picchiare la donna fino alla morte. Eventi indescrivibili, come quello della giovane albanese Xhuli Tosca, massacrata e ridotta in fin di vita, in un’abitazione del centro storico di Napoli, pochi giorni fa. Non è necessario faro ricorso ai dati statistici o alle ricerche scientifiche per appurare un’emergenza da contrastare con interventi mirati a sensibilizzare la collettività su questa tematica. Il compito sembra essere sempre relegato alla solidarietà della gente comune.

Se il Sindaco di Napoli, pur sinceramente dispiaciuto per quest’ultimo accaduto, manifesta il suo dolore con un post su facebook, allora ci tornano in mente gli antichi latini, a ricordarci quanto invece una seria manifestazione di sostegno sia stata, piuttosto, quella delle donne napoletane, riunitesi fuori all’ospedale Loreto Mare, dove è ricoverata la giovane albanese. “Acta non verba” quindi, per tutti coloro, come il Sindaco, che hanno il compito di creare regolamenti di contrasto a tali fenomeni. I fatti, alla fine di conti, sono sempre quelli che più riescono a creare nuovi modelli culturali, ed è appunto sulla qualità della cultura il primo intervento con cui operare. Spiegare ad ignoranti violenti quanto siano pericolosi i loro atteggiamenti, pur essendo un investimento utile per le nuove generazioni, purtroppo non basta, confermando così il fatto che la repressione della vigilanza e il rigore della legge hanno l’arduo compito di tutelare la collettività con pene esemplari e tempi brevi di giudizio.

La violenza, nel territorio partenopeo, è una modalità di azione ancora poco controllata da chi dovrebbe monitorarla, una modalità che tiene strettamente collegate tutte le forme di arroganza culturale della nostra città, come ad esempio, la camorra, il bullismo, l’insicurezza stradale, la deturpazione dei beni urbani, il furto, e altro ancora. Il sit-in delle signore napoletane fuori all’ospedale, con i loro slogan di protesta contro la violenza e i loro striscioni di sostegno per la giovane vittima, rappresenta una chiara dimostrazione di quanto Napoli sia dotata di quel vigore culturale benevolo, positivo e assistenzialistico che andrebbe alimentato e sostenuto con forza da chi deve garantire la diffusione di reti di sostegno e certezze della pena.

Il concetto da evidenziare è anche un altro: ritorna ancora una volta necessario ribadire quanto sia pericoloso il rischio della stagnazione degli stereotipi negativi. Sia gli interventi degli amministratori pubblici che le coscienze collettive, appaiono come deviati da idee arcaiche di degrado culturale, che se enfatizzate all’ennesima potenza rischiano di compromettere il miglioramento della realtà. In parole povere, anche la violenza è in un certo senso autorizzata e motivata, ai limiti della giustificazione, soprattutto a Napoli, a causa dei luoghi comuni che vedono l’uomo superiore alla donna, che vedono la donna come oggetto di abusi sessuali e l’uomo dominante col suo narcisistico atteggiamento da buffone napoletano arrogante e spregiudicato. Se il tutto poi, è incorniciato da un’atmosfera di degrado urbano ecco serviti i luoghi comuni che quasi rendono ovvie e motivabili le varie tipologie di violenza.

In tal senso progetti di civilizzazione potrebbero troncare questa inconscia accettazione delle devianze subculturali da parte di coloro che vivono e convivono tra crimini di vario genere. Questo etichettamento che vede Napoli una città di arroganti ha stancato davvero tutti. Esiste una Napoli sana, la maggioranza, che grida il suo disgusto e che tenta con fatica di spiegare che chi sbaglia deve pagare, e che nessun ambiente circostante o background culturale può motivare azioni di tale portata. Un altro esempio, per il nostro caso, di rischio dovuto ai luoghi comuni, è proprio quello del ruolo delle donne. E’ difficilmente pensabile che ci possa essere un’armonica condivisione delle opportunità se ancora oggi le realtà di mercato impongono Pupetta Maresca come mito napoletano. Sono miti napoletani le donne presenti fuori a quel sit-in, ed è su di esse che dovrebbero essere puntati i riflettori per creare sceneggiati televisivi.

Sono ben altre le donne napoletane, numericamente maggiori, su cui si dovrebbe pensare di creare film da proporre alla nazione. Prima di un “mito” come Pupetta Maresca, interpretato da Manuela Arcuri nello sceneggiato televisivo in onda in questo periodo, che ancora una volta enfatizza il timore del fascino criminoso della camorra, vanno proposte ben altre figure di reale coraggio, donne di lotta civica che negli anni hanno cambiato e migliorato la cultura locale. Donne come quelle che ogni giorno si battano a loro spese e con determinazione per la rivalutazione dei diritti umani. L’hinterland napoletano è una terra che in tal senso, gode di innumerevoli figure di questo tipo, suddivise tra associazioni, istituzioni e case popolari. Donne che s’impegnano ogni mattina, per la diffusione della cultura e della solidarietà.

Piuttosto che catalizzare milioni di cittadini italiani davanti alla televisione per Pupetta Maresca, che tra colpi di pistola e baciamano camorristici, agisce modellando l’immaginario collettivo in modo inutile e deleterio, sarebbe giusto il caso di proporre al pubblico, con lavori accattivanti e incisivi, quanto c’è di notevole nell’operato di molte donne impegnate. Se, proprio per necessità di mercato, non si può fare a meno di mostrare personaggi camorristi, allora sarebbe giusto accostarli indegnamente a figure di spicco come le tante donne che abbattono a fatti le realtà del crimine organizzato, come ad esempio le mogli, le fidanzate, le sorelle e le madri di coloro che, pur non volendo, hanno fatto del coraggio la loro immortalità e hanno reso il loro sorriso ad un vento rovente che brucia le coscienze degli infami. Coloro che aggiungono munizioni fatte di ricordi al fucile della volontà delle loro signore: le vittime innocenti della camorra.
(Fonte foto: Rete Internet)

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