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Elezioni 2013: le regioni alla ribalta

Lombardia, Campania, Sicilia: gli equilibri al Senato si giocheranno sui risultati delle regioni più importanti. Ancora una volta saranno le traiettorie locali di voto a determinare la politica nazionale

Complice una legge elettorale che al Senato affida i premi di maggioranza su base regionale, i risultati locali saranno decisivi per la governabilità del Paese dopo le elezioni di febbraio. Il PD sembra essere sopravvissuto all’effetto Berlusconi e al presunto recupero del centro-destra e si è stabilizzato su un vantaggio di circa 12 punti percentuali sul PDL. Basterà?
Ni. Alla Camera il vantaggio è ampio e rassicurante, pur con l’incognita degli incastri post-elettorali. Al Senato il mosaico è imprevedibile; anche qui il centro-sinistra dovrebbe conservare almeno 12 punti percentuali di vantaggio (se non qualcosa in più), ma i premi di maggioranza saranno attribuiti per ciascuna regione.

E il caso vuole che le regioni in bilico siano quelle più pesanti in termini di senatori assegnati: Lombardia, Sicilia, Campania, Puglia, Veneto. Al PD potrebbe “bastare” una sconfitta in Lombardia e Campania per non avere la maggioranza al Senato. L’evento non è improbabile: per alcuni sondaggi nelle due Regioni il PDL è avanti di 1-2 punti percentuali; è un margine ridotto, quasi insignificante a fini statistici, ma basta per comprendere l’imprevedibilità del risultato finale.
Gli equilibri regionali risulteranno più che mai decisivi e le elezioni torneranno a giocarsi sul piano delle esigenze locali.

Le scienze sociali hanno una lunga tradizione di studio delle dinamiche territoriali dei voti e l’Italia ha rappresentato un caso di studio tipico e dibattuto. John Agnew – uno dei più importanti esperti dell’argomento – ha scelto proprio il Bel Paese per la sua analisi che da vent’anni è considerata un punto di svolta in materia, in virtù della sua capacità di studiare il fenomeno elettorale tenendo insieme tutte le scale coinvolte (locale, regionale, nazionale).
Il geografo inglese traccia una storia delle elezioni politiche italiane dal dopoguerra fino al crollo della Prima Repubblica.

Nel primo periodo (1947-1963) aggregati macroregionali esprimevano un consenso netto verso i grandi schieramenti. Nella zona industriale nord-occidentale i tre principali partiti (socialisti, comunisti e DC) si dividevano il bottino; il nord-est era una roccaforte per la Democrazia cristiana, mentre l’Italia centrale (Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche) lo era per il Partito comunista. Il Mezzogiorno era un’area di consenso democristiano, sebbene si registrasse la crescita dei partiti di sinistra. Il quadro, comunque, era chiaro: la DC era la forza dominante, mentre il Partito comunista aveva una forte connotazione regionale nella cosiddetta “zona rossa”. La presenza di una dinamica regionale era evidente anche per i partiti più piccoli, come monarchici e Movimento sociale italiano (Sud e isole). La stessa DC aveva la sua base (quasi) inespugnabile in Veneto e in alcune province lombarde.

Dall’inizio degli anni Sessanta fino alla metà del decennio successivo il quadro muta. Il boom economico porta alle stelle il numero dei lavoratori nell’industria pesante e mescola gli assetti sociali della Penisola a causa della massiccia emigrazione da Sud a Nord. Il Partito comunista rompe i margini della zona rossa e cresce in modo esponenziale soprattutto nel Nord industrializzato. Al contempo la DC inizia a perdere qualcosa nei fortini nord-orientali.
Gli anni Ottanta stravolgono definitivamente lo schema regionale. Lo sviluppo socioeconomico del Paese si fa più complesso; accanto al Nordovest industrializzato (ma con produzione già in declino), emerge la cosiddetta Terza Italia, una fascia centro-orientale caratterizzata da distretti industriali e piccole imprese. DC e PCI perdono consensi a favore dei partiti più piccoli.

Sono i primi segnali dell’implosione di un sistema basato sull’equilibrio tra le due forze che avevano monopolizzato la storia politica italiana.
Con tangentopoli e la fine della Prima repubblica, il vecchio assetto veniva spazzato via e sostituito dagli eredi dei grandi partiti – PDS, PRC, Partito popolare – ancorati ad alcune realtà locali e da nuovi attori come Forza Italia e la Lega Nord. Mentre quest’ultima rivendicava un forte radicamento territoriale, il partito di Silvio Berlusconi era un tipico esempio di vocazione generalista, il partito-televisione per tutti. Negli ultimi vent’anni il quadro è cambiato ulteriormente e i partiti non hanno più quella netta connotazione territoriale che le grandi formazioni ideologiche/di massa avevano nella Prima Repubblica.

La base regionale tornerà protagonista tra qualche settimana, quando almeno tre regioni “forti” e tradizionalmente orientate verso il centro-destra (Lombardia, Sicilia, Campania) determineranno il risultato elettorale. In un senso o nell’altro si tratterà di tre laboratori interessanti per comprendere i rapporti tra partiti e territorio.
(Fonte Foto:Rete Internet)

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