Cent’anni e non sentirli: Marcel Duchamp e la rivoluzione dentro un orinatorio

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Cent’anni fa nasceva il ready made, tecnica destinata a rivoluzionare l’arte dell’epoca e che avrebbe influenzato numerose generazioni di artisti a venire.

“Dicono che ogni artista che paga sei dollari può esporre. Mr. Richard Mutt ha mandato una fontana. Senza alcuna discussione, questo articolo è scomparso e non è mai stato esposto. Ecco i motivi per i quali l’orinatoio di Mr. Mutt è stato rifiutato: 1) alcuni hanno preteso che fosse immorale, volgare. 2) altri che si trattasse di un plagio, perchè era un normale articolo idraulico. [..] Che Mr. Mutt abbia fatto o meno la fontana con le proprie mani non ha importanza. L’ha SCELTA.”
Può sembrare assurdo, eppure in queste poche parole è condensata la più radicale delle questioni poste in arte e in quell’oggetto idraulico rovesciato l’opera-non opera più influente del XX secolo. Richard Mutt, lo sconosciuto autore di “Fountain” (1917, foto), altri non era che Marcel Duchamp. Il suo gesto di esporre un orinatoio capovolto all’esposizione newyorkese nel 1917, opportunamente firmato, andava ben oltre la semplice provocazione. Generazioni di artisti gioveranno del suo lascito rivoluzionario: i quotatissimi Cattelan, Hirst e Koons, artisti multimilionari da decenni sulla cresta dell’onda, non sarebbero esistiti senza un pioniere che un secolo fa rompeva con quanto pensato o creato in arte fino ad allora.

Il biennio 1913-1914 rappresentò per Duchamp uno spartiacque essenziale: dalle prime sperimentazioni di matrice cubista degli anni dieci, il francese approdò alla svolta che annichiliva ogni preesistente convenzione artistica. È in quel periodo che trovò il nome per la sua nuova tecnica, sublimata nella famosa ed ironica fontana newyorkese del ’17; il “ready-made”, letteralmente “pronto-fatto”, sgombra il terreno da ogni pretesa artistica superstite: non c’è più posto per tela e pennelli e per le speculazioni teoretiche che l’hanno fatta da padrone. Il readymade risponde al dubbio duchampiano: “Si possono realizzare opere che non siano opere d’arte?”. La risposta è una ruota di bicicletta (1913) su uno sgabello che rappresenta : una ruota di bicicletta su uno sgabello! Niente orpelli, niente metafore retoriche o simbolismi oscuri: un oggetto d’uso quotidiano defunzionalizzato viene mostrato per ciò che è ed esposto come arte perchè inserito a forza in un contesto artistico; esso fa scalpore, specie se diviene l’emblema dell’indifferenza all’estetica tradizionale, ed è così semplice e così radicale da aprire nuovi scenari su questioni estetiche di importanza capitale.

È in questo modo che Duchamp apre un solco; la sua “Ruota di bicicletta” e la sua “Fontana” gridano a gran voce nuove domande: che cos’è l’arte? Come facciamo per conoscerla? Chi decide cosa è o non è arte? E a rispondere ci pensa, ancora una volta, lo stesso Duchamp, che nei panni di Mr. Richard Mutt – con il tipico tono ironico e anticonvenzionale, altezzoso e sprezzante come chi sa di aver proposto un nuovo, sconcertante punto di vista – sempre a proposito di “Fontana”, scriveva: “[Mr. Mutt] ha preso un normale articolo quotidiano, l’ha posto in modo che il suo significato utilitario scomparisse sotto il nuovo titolo e punto di vista – ha creato una nuova idea per quell’oggetto. Per quanto riguarda l’idraulica, è assurdo. Le uniche opera d’arte che l’America ha dato sono i suoi impianti idraulici e i suoi ponti”.
(Fonte foto: Rete internet)

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