Nulla è perduto dopo l’incontro allo Juventus Stadium (tranne il parrucchino di Antonio Conte).
Dal lunedì fino al venerdì alle 20.00, Luca è un rispettabile e pacifico avvocato di provincia. Il venerdì sera, dopo la chiusura dello studio, va in ritiro e si trasforma. Da sotto la giacca spunta la storica maglia azzurra con il numero dieci, quella che è stata ritirata, quella che il Maestro gli aveva regalato in occasione della “presa di Torino”, allorquando iniziò la magica cavalcata del ciuccio nel campionato 1986/87. Il giovedì sera si era presentato allo studio un cliente juventino, ma Luca -vedendo quel soggetto curvinforme dalla telecamera- sebbene gli debba dei soldi da tempo immemorabile, non gli apre. Tuttavia, Luca – affetto sin da piccolo da scaramantite cronica, oltre che da azzurrite spastica – legge in quell’evento un presagio sinistro.
Quasi non vorrebbe più partire per Torino, dove ufficialmente doveva andare a trovare la fidanzata, Marinella, una dolcissima siciliana che aveva conosciuto in vacanza. Tuttavia, il suo ottimismo cosmico, unitamente alla impareggiabile bellezza della Marinella, lo convince a partire comunque. Anzi, anticipa la partenza per evitare nuovi incontri sinistri. Si sa, infatti, che ci sono più tifosi juventini nelle varie provincie di Napoli che a Torino. I cosiddetti napolentini sono una specie che andrebbe estinta, e lui da sempre raccomanda alle sue amiche di non darla agli juventini, in modo che non possano più riprodursi. Dopo Pechino, aveva giurato su Quagliarella che non avrebbe mai più visto una partita tra Napoli e Juve.
Sarebbe andato a Torino solo per Marinella e per visitare la Mole Antonelliana. Il viaggio in aereo scorre tranquillo. Luca legge un libro di uno scrittore macedone muto, tale Goran Pandev, il cui titolo è “le parole che non ti ho detto”, con prefazione di Stefani. Un libro della Rizzoli & Mazzoleni editore, censurato ed espulso da tutte le librerie juventine.
Luca aveva trovato un albergo che da internet sembrava decoroso, un due stelle di quelli che ne dichiarano tre, ma tutto sommato e qualcosa sottratto, abbastanza dignitoso. Il venerdì sera lui e Marinella restano in albergo. Fanno l’amore per novanta minuti più un lungo recupero, poi avviene l’imponderabile. Mentre comincia a scorrere dal soffitto, Marinella gli confessa qualcosa di orribile.
Luca non crede alle sue orecchie, lui aveva sempre avuto una fiducia illimitata in lei. Gli avesse confessato un tradimento forse avrebbe sofferto di meno. E invece no, lei gli confessa di essere ju-ven-ti-na! A Luca crolla il mondo addosso. Il cielo sopra Torino diventa a strisce. Lei gli chiede perdono, gli giura che smetterà e lo abbraccia forte, come un terzino. Il giorno dopo Marinella e i suoi amici lo portano in giro a visitare Torino. Ma c’è la nebbia e non si vede un granché. Vanno a pranzo insieme ad altri amici di lei, nel noto ristorante “ ‘O juventino a mare”, il cui titolare è un emigrante stabiese. A tavola Luca si ritrova un gruppo di persone eterogenee, persone perbene e di cultura, ma tra queste vi è qualche faccia sospetta, per cui per tutto il pranzo non molla mai il suo corno azzurro, nascosto nella giacca azzurra.
Quando il suo dirimpettaio si qualifica come Glauco, Luca capisce subito. Glauco è il classico nome da juventino! E infatti, quando inevitabilmente si comincia a parlare di calcio, Glauco si rivela un moggiano doc, di quelli che giurerebbero di aver sentito dalla tribuna dello Juventus stadium le ingiurie di Pandev a Pechino. Sulla sinistra di Luca c’è Robert, un granata sfegatato, con il quale nasce subito un gemellaggio antigobbi. Sulla destra di Luca, invece, Umberto, un ragazzone di un’ironia fervida. Mai Luca avrebbe immaginato che fosse juventino. Infatti gli aveva anche offerto delle patatine fritte dal suo piatto. Quando Umberto gli svela la sua fede a strisce, Luca si sente mancare: sta mangiando nello stesso piatto con uno juventino! E proprio alla vigilia di Juve-Napoli!
Ma viene subito rincuorato dalla confessione del pentito, che -dopo le dichiarazioni del proprio presidente sulle tre stelle- aveva rassegnato le dimissioni da juventino e gli aveva inviato una lunga mail nella quale lo invitava ad accettare i responsi della Giustizia sportiva. Lo scissionista era la prova che in tutte le tifoserie esistono persone perbene e sportive, addirittura in quella juventina. E addirittura Luca gli stringe la mano. Luca ordina la specialità del locale: ossobuco con zafferano e cozze. Le cozze sono chiaramente dopate, oltre che prescritte, e Luca neppure le tocca. Il titolare del locale, tale Fabio, con inflessione sabaudo-stabiese, porta il conto. “Sarebbero ventotto euro a testa”, legge Glauco dallo scontrino. “Sono trenta alla cassa”, precisa il ristoratore juventino-stabiese, con la faccia da tarallo senza buco, che ormai ha una deformazione più o meno professionale, come tutti i suoi simili.
Sabato pomeriggio, Luca decide di andare comunque allo stadio, nonostante i sinistri presagi e il giuramento su Quagliarella. Fa molto caldo, ci sono 28 gradi secondo il suo I-phone, ma sono 30 sul campo, segnala il barometro juventino. Lo stadio è pieno. Al botteghino risultano 28.000 spettatori, ma sul sito della Juve ne vengono dichiarati 30.000 sul campo. Tutto lo stadio bianconero, comunque, conta meno tifosi di una curva azzurra.
A bordo campo si riscalda il tropp player acquistato dalla Juve, tal Bendtner, sulla cui maglia c’è scritto “Cavani sul campo”. Luca si accomoda in tribuna accanto a Iaquinta, che indossa una maglietta in stile Juve, con su la scritta: “Iaquinta è meglio ‘e Pelè”. La partita è equilibrata. Fino a quindici minuti dalla fine nessuno prevale sull’altro.
L’arbitro Damato è il migliore in campo. Un solo errore, ma in buona fede. L’ammonizione di Cavani è ingiustificata, ma l’arbitro è stato tratto in inganno da Chiellini, che gli mostra il naso e gli dice che a ridurglielo in quel modo era stata una gomitata del Matad’or. Luca lascia il campo con un quarto d’ora d’anticipo, innervosito dal mancato ingresso in campo di Insigne. Da fuori, dopo un po’ sente uno sparuto gruppo di persone che cantano una canzone sacra che non appartiene loro, e che -considerate le facce pallide e malaticcie che contraddistingue la loro stirpe- li rappresenterebbe meglio se il titolo fosse: “ ’o surdato riformato”.
Gli altri cori che piovono dagli spalti sono assolutamente squallidi e incommentabili. Una sola precisazione andrebbe fatta, in particolare, ai napolentini che inneggiano al Vesuvio. Nemmeno Lui potrebbe lavarvi da dosso la vergogna. Si può tifare per qualsiasi squadra, anche per una squadra apolide come la Juve, ma non si può offendere la propria città e le proprie radici.
Dalla tribuna cade un parrucchino, Luca lo raccoglie da terra e lo porta via, pensando ad alta voce: “canta bene chi canta per ultimo”.
(Fonte foto: www.sscnapoli.it)



