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Ammendola Formisano: la vergogna vesuviana

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Mentre si continua a parlare e spesso a sparlare di Terra dei fuochi, di bonifiche e leggi ad hoc esistono parti del paese che restano fuori dalla legalità e da ogni criterio di vita degno di questo nome. L’esempio dell’Ammendola Formisano di Ercolano.

Abbiamo più volte sottolineato la presenza a pieno titolo del Vesuviano nella cosiddetta Terra dei fuochi, per grado d’inquinamento e per quegli stessi roghi che ne hanno caratterizzato nome e storia. Se si esclude il caso di Terzigno, con i fatti della SARI e della Vitiello, il Vesuviano sembra esser rimasto fuori dal mondo. Fuori da quelle logiche che ora puntano i fari del clamore mediatico solo su quel vasto movimento che ha incominciato a scuotere le coscienze e le poltrone dei politici.

Oltre al basso Casertano e all’area nord del Napoletano, esiste un’altra realtà, spesso sconosciuta ma ancor più spesso sottaciuta, ed è quella del Parco Nazionale del Vesuvio, con criticità ambientali non distanti da quelle del Nolano, del Casertano e dell’hinterland partenopeo.

È evidente che c’è chi vuol negare una realtà, che per quanto inserita in un area protetta, è costellata di discariche di varia dimensione ma di pari pericolosità, la si nega o sminuisce, questo per non mostrare la propria inettitudine al governo e alla tutela del territorio o lo si fa per nascondere la propria connivenza, palese o nascosta che sia, con la delinquenza organizzata. Esiste, attorno al Vulcano, oltre alle discariche storiche, come quella La Marca di Somma Vesuviana e l’Ammendola Formisano di Ercolano, una sorta di terra di nessuno, una zona cuscinetto tra la natura e la città e dove quest’ultima vi deposita tutto quello che ingombra le sue strade e le sue case. Al termine di ogni carrozzabile che porta a monte, esiste il regno dell’eternit, degli pneumatici, dei fusti chimici e delle guaine d’asfalto. È il regno dove lo scarico abusivo è sovrano e dove nessuno controlla o punisce tale attività.

Un esempio eclatante è appunto l’ex cava ed ex discarica dell’Ammendola Formisano, ex per modo di dire, poichè, mentre a metà degli anni novanta veniva abbandonato il suo uso a immondezzaio, un flusso interminabile di rifiuti illegali rivitalizzava la sua funzione fino ai giorni nostri, passando alla sua concreta consacrazione a sito si stoccaggio provvisorio nel 2004 e nel 2008, quando le amministrazioni Bossa e Daniele, giustificate da provvedimenti prefettizi, depositarono lì a futura memoria quello che le strade non potevano più contenere.

Ora lo scenario è quello di una natura e una storia deturpate, un’economia frustrata e la salute minacciata. Nell’ordine elenchiamo la devastazione di un luogo unico, un parco nazionale adibito a luogo di scarico delle immondizie; lo storico percorso della ferrovia vesuviana e la villa romana di cava Montone, fagocitati da incuria e spazzatura; l’economia rurale e quella turistica annientate da quel mostro di pattume che sovrasta, con i suoi 300 metri di altezza la piana delle Lave Novelle. E, infine, non di minore importanza, la salute, con la frazione di San Vito con un indice altissimo di patologie tumorali, sancito anche dagli studi epidemiologici del Ministero della Salute.

Ma davanti a tutto questo, cosa fanno le autorità? L’ammendola Formisano è stata declassata da SIN a SIR, da sito di importanza nazionale a sito d’importanza regionale per quel che concerne il risanamento e questo con i rischi che ne conseguono, viste le magre risorse economiche della regione rispetto alle casse statali. Questa è l’assurda sorte che accomuna anche la SARI e altri luoghi di morte e che non hanno la stessa fama di quest’ultima ma minano comunque la salute dei paesi a valle del Cratere.

È ora che anche chi vive all’ombra del Vesuvio si svegli, per prendere in mano le sorti del proprio destino, imponendo a chi amministra il territorio, indagini e bonifiche degne di questo nome e che non danneggino le colture che si dimostreranno immuni dagli effetti della contaminazione; facciano questo a 360°, in modo da non escludere nessun tipo di inquinamento, tanto meno quello elettromagnetico, causato dalla massiccia presenza, nella stessa zona di San Vito e del Colle del Salvatore, di tralicci dell’alta tensione, di trasmettitori per la telefonia mobile e ripetitori radiotelevisivi.

A corollario di questa discarica multipla, perchè compendio di quanto l’uomo può fare contro la natura e contro se stesso, c’è, a valle del sito, la Contrada Novelle Castelluccio e le sue numerose traverse, con tutta una serie di ex cave ormai ricolme di rifiuti. Qui, sotto le telecamere e sotto gli occhi di tutti, si scaricano i rifiuti e gli si da fuoco e si va avanti in questo modo praticamente da sempre, senza per questo avere preso mai provvedimenti tali da impedire questo immane scempio.

Non è possibile andare avanti seguendo le mode del momento e sperare che l’attenzione verso questi luoghi rimanga tale, finchè tale sarà l’onda mediatica. Non è possibile che le Lave Novelle siano state per decenni un ammortizzatore ecologico per chi ha vissuto e lavorato abusivamente sul territorio. Attendiamo quindi che le autorità e le amministrazioni facciano finalmente un passo definitivo, ovvero quello della bonifica, intesa non come semplice spostamento dei rifiuti ma come messa in sicurezza e risanamento di quelle terre e il loro controllo. È questo il compito gli spetta, attuare tutte le misure previste e da progettare per la riabilitazione di quei luoghi, altrimenti se ne vadano perchè non sono degni di governaci.

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