Il film firmato Clooney e la mostra al Met ricordano “The Monuments Men”: studiosi che divennero eroi, mettendo a repentaglio la vita per salvare la cultura e l’arte dalla furia nazista.
“Puoi sterminare un’intera generazione, bruciare le loro case e troveranno una via di ritorno. Ma se distruggi la loro storia, la loro cultura, è come se non fossero mai esistiti”. Un tono solenne, altisonante. Una frase breve, parole stringate e un po’ mozzafiato. In Italia, di fronte alla riduzione sempre più brusca di risorse destinate alla cultura, questa frase suona drammaticamente profetica.
Eppure non è un appello gridato dalle pagine di un giornale. È semplicemente lo slogan in pieno stile Hollywood di “Monuments Men”, colossal americano in uscita nelle sale italiane giovedì 13 febbraio. Le premesse perchè la pellicola firmata da George Clooney sia un successo ci sono tutte: c’è il contesto giusto , una guerra, la più grande e tragica di tutte, quella del ’39-’45; c’è un nemico cattivo, ovviamente i nazisti, con Hitler e Goebbels in testa a tutti; e c’è la storia. Non una storia qualsiasi, ma la Storia con la S maiuscola. “Monuments Men” è l’abbreviazione di “Monuments, Fine Arts, and Archives section of the Allied Armies”, una divisione delle forze armate formata nel 1943 dal presidente Roosevelt e dal generale Eisenhower, il cui compito era quello di proteggere le opere d’arte dalla furia distruttiva di Hitler sul finire della Seconda Guerra Mondiale. La storia vera di come è andata veramente la Storia, insomma.
E in una contemporanea e non casuale coincidenza con l’uscita del film, il Metropolitan Museum di New York ha deciso di mettere in essere un programma destinato a celebrare le gesta di un manipolo di coraggiosi quanto improbabili soldati americani. Ad essere scelti e calati nel bel mezzo del fuoco nemico furono infatti uomini che compensavano la mancanza di un addestramento militare con un lungo curriculum accademico alle spalle: storici dell’arte, direttori, curatori di musei, archivisti. Topi di biblioteca e di museo che riuscirono a portare a termine un lavoro straordinario: grazie alle loro competenze, salvarono dalla distruzione o dall’oblio oltre cinque milioni di pezzi, fra opere d’arte, oggetti d’antiquariato e libri rari, razziati da Hitler in giro per l’Europa occupata. Il capitano James J. Rominer – interpretato nel film dal poliedrico Matt Damon – fu una delle figure di spicco del reparto: studioso d’arte medievale laureato ad Harvard, si arruolò volontario quando gli Usa entrarono in guerra. Fu lui a guidare il gruppo e per “aver combattuto in favore dell’Arte” – come ha sottolineato la figlia Anne – fu decorato con la >Bronze Star, la >Legion d’onore e la >Croix de guerre.
Rominer e i suoi commilitoni erano spinti dalla passione per l’arte e dalla consapevolezza di un fine etico superiore; il Met, attraverso testimonianze fotografiche e oggetti appartenuti ai protagonisti, ricalca il ruolo capitale della missione che riuscì a strappare ai nazisti capolavori assoluti: >Bolle di sapone di Jean Simeon Chardin, >Mäda Primavesi di Gustav Klimt, la >Pala di Gand di Jan Van Eyck (foto), >Il parco Monceaudi Claude Monet e molti altri. Molte di queste opere sono ora parte della collezione del Met. L’itinerario dei tesori ritrovati previsto dal museo americano è consultabile online (http://www.metmuseum.org/visit/itineraries/monuments-men).
Pur se non privi dei tipici sensazionalismi made in usa, un fatto è assodato: il film di Clooney e la mostra al Met ricordano alle generazioni più giovani la più avvincente caccia al tesoro della storia giocata fino all’ultimo cimelio dai memorabili “Monuments Men”. Assolutamente da non perdere!
(>Fonte foto: Rete internet)

