A Venezia è di scena il carcere

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“Il gemello” del regista Marra è una vicenda di sbagli e di pene da scontare, di cui i protagonisti parlano con commovente sincerità, nel continuo sforzo di mantenere il legame con l’esterno dall’interno di quel guscio che è il carcere.

Non è da tutti avere il coraggio di portare in scena una realtà difficile, sconosciuta alle masse, di forte impatto sociale come quella carceraria: una realtà che ognuno di noi si augura di non dover conoscere mai, dai meccanismi inafferrabili, potenzialmente adatta ad insegnare molto di più di quanto si possa immaginare.

Al regista Vincenzo Marra non è mancato il coraggio di documentare una storia vera, ambientata dietro le sbarre del carcere di Secondigliano, con due protagonisti in perfetta antitesi ripresi in uno spaccato di vita quotidiano, ordinario, meccanico come solo un’esistenza tra le quattro mura di un carcere può essere. Con il film documentario “Il Gemello”, Marra torna per la sesta volta alla mostra del cinema di Venezia, mettendo in scena la vita carceraria di Raffaele, ventinovenne con alle spalle un passato delinquenziale ed un presente di detenzione, contrapponendola a quella di Domenico Manzi, ispettore carcerario “illuminato” e dalla sensibilità fuori dal comune, che appare quasi come la coscienza buona di Raffaele come degli altri detenuti, cercando di improntare la loro esistenza al rispetto del regole e di se stessi.

La cella nella quale si svolge la giornata tipo di un detenuto appare così, nuda e cruda, senza fronzoli dal sapore marcatamente cinematografico: in quei pochi metri quadri dove si mangia, si vive, si condividono sogni ed aspettative è racchiuso tutto il mondo di chi ha sbagliato ma sa, irrimediabilmente, di dover pagare il proprio debito nei confronti della giustizia e della comunità. Il film documentario offre numerosissimi spunti di indagine, agli addetti ai lavori come a chiunque: balza agli occhi, immediatamente, la mancanza di progettualità di chi sa che la propria libertà è compromessa per un tempo lungo, talvolta indefinito, senza certezze sulla vita “fuori”, sui propri affetti, sulla possibilità di poter mantenere i propri figli in maniera lecita.

Se il futuro fuori dal carcere è nebuloso ed incerto, il presente non è da meno: il penitenziario appare come una comunità a sé, priva della possibilità di potersi recuperare se non attraverso profonde e solitarie riflessioni; l’interazione umana è di per sé viziata, limitata al contatto con individui complessi, avviliti, induriti dalla perdita della loro libertà; gli affetti vengono ad essere coltivati in modalità falsata, sporadica, fortemente compromessa nel tempo e nello spazio. Una visione che, in buona sostanza, non può che impressionare e scuotere le coscienze, lasciando in chi guarda il dubbio amletico sugli effetti benefici della pena detentiva e sui suoi effetti: la pena detentiva recupera il condannato o è terreno fertile per nuove forme di delinquenza?
(Fonte foto: Rete Internet)

LA BILANCIA

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