La belle èpoque a Napoli. La “macchietta” napoletana di Ferdinando Russo e Nicola Maldacea: quando gli amanti “carniavano” in una carrozza chiusa che scarrozzava assai lentamente.
In un articolo pubblicato sulla “Tribuna“ nell’agosto del 1925 Ferdinando Russo mise le cose in chiaro: la “macchietta“ napoletana l’aveva inventata lui, lui aveva regalato a Napoli, trapiantandolo qui da Parigi, questo genere di canzonetta “appena cantata e un po’ sussurrata che, serbando tutto il carattere napoletano, doveva delineare tipi, non sospirare d’amore; e questi tipi, curiosi, comici, dovevano essere scrupolosamente interpretati”: insomma, le maschere di Mastriani trattate con la salsa di quel “grottesco“ dolente, talvolta disperato, che Russo aveva individuato come uno dei toni essenziali del temperamento partenopeo.
Il poeta inventò “la macchietta“ napoletana nel 1891, all’alba vesuviana della “belle èpoque“, quando al “Salone Margherita“ incontrò il “rigoroso interprete“ di cui aveva bisogno, Nicola Maldacea, attore ancora sconosciuto, ma che gli impresari Marino e Caprioli avevano già messo sotto contratto – un contratto scritto in francese, racconta Paliotti – come chanteur comique napolitan. E’ probabile che Nicola Maldacea, negli anni del lungo declino, si sia persuaso d’essere stato non solo “il primo e più grande interprete italiano “della “ macchietta”, ma anche l’inventore di questo genere poetico-canzonettistico-comico-musicale, l’ispiratore di Ferdinando Russo.” Come l’artista figurativo – egli raccontò -, mi ripromettevo di dare al mio pubblico un’impressione immediata, schizzando il tipo, rendendone i tratti salienti.
Da ciò l’origine della parola “macchietta“, che è dapprima dell’arte figurativa: uno schizzo frettoloso, che rende con poche parole un luogo o una persona, in modo da dare un’impressione efficace, con la massima spontaneità.”. In verità, nei quadri di paesaggio di vaste dimensioni la “ macchietta “ è la figurina – un contadino, un viandante – abbozzata con qualche macchia di colore, che serve soltanto a suggerire le proporzioni dei rapporti spaziali. La “macchietta“ di Russo e di Maldacea fu, rispetto ai modelli parigini, un’invenzione originale, perché affidava alla voce dell’interprete e alla musica il compito di sottolineare, con appropriate variazioni di tono, gli aspetti comici e paradossali del tipo. All’arte di Maldacea si ispirarono Leopoldo Fregoli e Ettore Petrolini, e poi, di ramo in ramo, Totò, Aldo Fabrizi, Alberto Sordi, Enrico Montesano, Gigi Proietti.
Ferdinando Russo scrive per Maldacea una cinquantina di “macchiette“. Nel 1902 gli fornisce, con la musica di Nicola Valente, “ ‘o cucchiere ‘e cuppè”, il cocchiere del coupet, la carrozza a quattro ruote, con un solo sedile interno, che spesso si trasforma da mezzo di trasporto in luogo di incontri galanti, di focosi amplessi: è una carrozza chiusa, protagonista di un’Epoca la cui Bellezza apparve, a Parigi e a Vienna, insolente e profonda – così la vide Joseph Roth -, ma che a Napoli, travagliata dalla fame eterna, fu cinica e sfrontata. “Ccà ce puzzammo de la santa famma“ dichiara solenne il cocchiere, e il suo cavallo è storpio, è a “una gamma / ca ll’ ati tre nun vonno cammenà“. Bisogna mangiare: non mi posso saziare con l’odore dell’incenso. Io vado “ p’’a campata“, per sopravvivere: ma questa è una banale traduzione per il termine, “ ‘a campata“, che da solo è un manifesto completo della filosofia cinica napoletana.
Alla “campata“ provvede ancora il cuppé: la coppia di clienti sale a bordo, il signore ordina al cocchiere di “acalare le purterine“, di abbassare le tendine: al cocchiere non resta che obbedire, di chiudere gli occhi, e di far muovere il cavallo. “Ccà se tratta ‘e carnià”: “carniare“ è tradotto dai lessici in un pudico e allusivo “palpeggiare” la potenza violenta e lasciva del verbo napoletano trova una qualche corrispondenza di significato e di timbro solo nella voce toscana “carneggiare“. Quante coppie ho portato ‘nzuocolo, e cioè dondolandole come sull’altalena: un dondolio che dipende dalle molle del coupet e dal cavallo storpio, ma è cosa piacevole per i passeggeri, aiuta il carneggiamento, favorisce “ ‘ e vase e squase“, i baci e le smancerie, chiamiamole così.
Se i cuscini e le tendine potessero parlare, si farebbero rossi per lo “scuorno”, per la vergogna. Ma il cocchiere non si impiccia dei fatti dei clienti: a lui interessano i soldi, tutto il resto, “so ppertose / addò tu nun può trasì.”, sono buchi, appunto, in cui non puoi entrare. Appunto. E se qualche dama dell’ alta società per la fretta ha dimenticato nella carrozza “ ‘a molla r’ ‘a cazetta“, il cocchiere, educato e riservato, restituisce la molla al marchesino, “dateme riece lire !… Eccola ccà”. La riservatezza ha un suo costo. Se non ci fossero queste entrate “ eccezionali“, egli non riuscirebbe a mettere insieme i soldi della “campata“. E poi è tutta pubblicità: egli fornisce un servizio “ esatto “, perché è sordo e cieco, “so’ surdo e so’ cecato.”
Possiamo solo immaginare cosa siano riusciti a cavare i sussurri e la maschera di Nicola Maldacea da questa mirabile trama di battute e di allusioni intessuta da Ferdinando Russo, poeta autentico di “un’ altra Italia“ e di “un’altra letteratura“, altra rispetto all’ Italia e alla letteratura di Pascoli, di D’Annunzio e soci. Che hanno vinto, grazie anche all’aiuto di qualche napoletano, sono rimasti padroni del campo e hanno relegato poeti autentici come Ferdinando Russo in quell’ isola dei dimenticati che chiamano, a seconda dei gusti, letteratura minore, o letteratura dialettale. La diligenza di “Ombre Rosse” è un modello del sistema sociale; la carrozza di Russo e Maldacea, anche.
(Foto: copiella, edita da Bideri, del testo della macchietta di Russo- Maldacea, 1905)


