Anche quest’anno l’associazione Fonte Nova ha costruito una manifestazione in cui il “recupero delle radici” non era un luogo comune ormai consunto, ma un’operazione culturale che ha coinvolto prima di tutto la gente del borgo. Fotogallery
Quante cose…dureranno più in là del nostro oblio (J.L.Borges)
Non potremmo nemmeno tentare di descrivere il senso del programma di “C’era una volta al borgo”, dei canti, della musica, del cibo – che di solito sono i protagonisti del calendario ormai lungo e chiassoso delle sagre -, se non parlassimo della gente del borgo e della particolarità dell’ambiente.
Sabato 21 giugno abbiamo assistito alla fase di preparazione della serata, e abbiamo immediatamente notato che erano impegnati nell’ allestimento della scena non solo i membri dell’associazione Fonte Nova, ma tutti gli abitanti del borgo, donne e uomini, e tutti senza fare quel teatro che spesso capita di vedere, provando un senso di fastidio, in simili circostanze. La manifestazione, prima ancora di iniziare, aveva già raggiunto il più importante dei suoi obiettivi, far sì che il gruppo prendesse coscienza della propria storia e delle proprie virtù. Abbiamo poi assistito a un’altra affascinante azione: l’aprirsi dei luoghi alla curiosità della gente.
E’ una emozione straordinaria: di solito i visitatori entrano nei luoghi, diciamo così, pittoreschi con la faccia e con il passo del turista già sazio, già stanco: si guardano intorno, con una rapida occhiata circolare e riassuntiva, e via. Nei cortili interni, dove erano allestiti la locanda e il banco della pizza fritta, certi angoli, certi scorci sollecitavano l’attenzione anche dei distratti con i giochi improvvisi della luce naturale che si scioglieva nelle insidie delle ombre, accanto agli angoli dei pozzi, lungo i profili dei muri antichi, nei solchi dell’impagliatura di una matronale damigiana piazzata a riposarsi in uno spicchio di buio già fitto.
E’ questo il senso profondo del “divertimento”: “divertire”, distrarre la mente dai pensieri e dai comportamenti soliti, e orientarla verso il “nuovo”, verso ciò che è inatteso e imprevisto: e che può essere trovato anche in forme che fanno parte del nostro orizzonte quotidiano, ma di cui non ci accorgiamo.
La magia delle cose del tempo che furono: dai giocattoli dei ragazzi al maestoso torchio per le olive nella “cantina d’’o spagnuolo” che chi sa da quanti anni non si apriva, perché i gomitoli dei giorni stavano tutti ancora lì, ammassati in una oscurità particolare, che si rischiarava qua e là di fiochi barlumi di luce, e questi barlumi venivano non da lampade, ma dal legno dei pali, e dal ferro delle viti e dei congegni.
Lì ho notato, ancora una volta, e credo di non essere stata la sola a vederlo, che le materie antiche, le pietre, il vetro, i pali dei torchi, le travi dei soffitti, il ferro degli attrezzi, emanano luce, e non solo perché la loro superficie è levigata dal tempo e dall’uso, ma per l’energia che hanno accumulato dentro di sé e che liberano quando incontrano gli sguardi capaci di “sentire” che gli oggetti vivono e parlano, e perciò non sono oggetti, ma cose. Non basterebbe lo spazio di dieci articoli per trascrivere tutte le storie che ci hanno raccontato i preziosi ricami, le forme di legno, le mani di Luigi che intrecciano corde di paglia sulle sedie (foto), i segni sulle ceramiche, i colpi calcolati del maglio sull’incudine.
Non c’era in questo vasto corredo di cose la banalità della retorica del folklore: la semplicità dei gesti e la naturalezza delle situazioni garantivano autenticità e verità. Questo è stato il grande merito degli organizzatori, aver rispettato il ritmo proprio di ogni cosa, perfino la necessità della polvere stesa sulle scabre superfici: e di non aver contrabbandato per antichi sapori certe oleose interpretazioni di ricette che di tradizionale non hanno nulla.
Il sapore degli spaghetti con il trito di nocciole, le pizze fritte, ‘o cuzzetiello imbottito diventano antichi in bocca a chi si è, per un lungo attimo, identificato con lo spirito dei luoghi, sotto lo sguardo della Chiesa che dall’alto osserva e aspetta, come un faro, come un rifugio. Torneremo su questa bellaedizione di “C’era una volta al borgo”, per parlare di ospiti e di espositori e di danzatori speciali, e per dire che il borgo c’è, ricco e generoso del suo passato che ogni giorno si fa presente.





