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Johann Joachim Winckelmann (1717 – 1768), studioso della storia dell’arte, archeologo, teorico geniale del gusto neoclassico e degli ideali della “Pura Bellezza”, visitò più volte Napoli, Ercolano e Paestum, criticò apertamente le tecniche di scavo e di restauro, salì sul Vesuvio in eruzione. Era persuaso che il “sangue di Napoli” fosse “sangue africano”. Non gli piacquero gli “eccessi” romantici della città. Gli piacque, e non poco, il “lacryma christi”. L’immagine di apertura è quella di “Nettuno ed Anfitrite”, mosaico ercolanese.

 

La “Lettera su Ercolano”, pubblicata nel 1762, fece perdere a Winckelmann l’amicizia di Bernardo Tanucci, l’onnipotente ministro di Carlo di Borbone e di re Ferdinando. Nella “Lettera” l’archeologo tedesco non solo criticò le tecniche di scavo e di restauro, ma sostenne anche che le ville di Ercolano, dal disegno elementare e asimmetrico, non potevano essere opera di architetti Greci: erano certamente Romani gli architetti che ne avevano diretto la costruzione. Quando lesse la “Lettera” Bernardo Tanucci si irritò, e si irritò anche Berardo Galiani, studioso di Vitruvio e fratello del più noto Ferdinando: “è una lettera scritta da un Goto diventato antiquario a forza di pratica”: così disse Berardo. Ma  gli studiosi hanno poi confermato che sulle tecniche di scavo il “Goto” aveva ragione. Tra febbraio e maggio del 1758 Winckelmann visitò Napoli e espresse immediatamente giudizi negativi, che non modificò più. Nell’aprile scrisse al conte Enrico von Bunau che tutto lo splendore del paesaggio napoletano “non è nulla rispetto a Roma, l’unico luogo, a mio parere, dove si possa vivere piacevolmente, tranquillamente e come ognuno vuole. Sono stordito dalla grande rabbia dei Napoletani e dall’incredibile frastuono di una città dove vive un gran numero di persone malvage”. Nella lettera inviata il 15 maggio al Berendis il Winckelmann ammetteva che “a prima vista” “Napoli incanta, ma con il tempo, quando finisce la novità, la città diventa piuttosto indifferente. Posso parlarne bene, perché ho goduto di tutti i piaceri di cui può godere uno straniero, all’infuori dell’amore”. Tra i piaceri c’era il “lacryma Christi” di colui che lo ospitava, quel padre Piaggi diventato famoso per aver messo a punto un metodo prezioso per svolgere i papiri. E alla tavola di Piaggi il “Goto” mangiava anche piselli e cavolfiori, che gli piacevano molto. Per il resto, non sopportava l’assenza, in città, di alberi e giardini: un po’ di ombra la trovava solo nei vicoli stretti: “l’unica passeggiata è lungo il porto e il mare, continuamente sotto il sole.”. “Tra le creature di Napoli i cavalli sono le più belle; gli uomini assomigliano molto agli africani: quando parlano, diventano ancora più spaventosi”. Ma nel libro “Storia dell’arte” Winckelmann scrisse che i Napoletani “hanno spesso forme e fisionomie che possono fungere da modello per un ideale di bellezza e che in rapporto alla forma del volto, e, soprattutto, alle sue parti ben marcate e armoniose, sembrano essere state create per la scultura”. Tuttavia, lo scirocco “africano” “procura agli abitanti più vicini alla costa del mare un colorito opaco e giallastro che è più diffuso tra i Napoletani della capitale, a causa delle strade strette e degli edifici alti, e meno frequente negli abitanti della campagna”. Insomma, egli non riuscì a far entrare Napoli e i Napoletani nei parametri e nella misura del Bello ideale neoclassico: Napoli avrebbe conquistato la mente e il cuore degli intellettuali romantici. Nel viaggio del 1762 Winckelmann fece da guida a Enrico von Bruhl, figlio del primo ministro di Sassonia, e ad altri protagonisti del mondo politico sassone: con loro visitò Pompei, e trovò che il numero dei “cavatori” era inadeguato rispetto all’estensione dei siti da scavare.Nel pomeriggio del 27 ottobre 1767, con il barone D’Hancarville, “presso il quale abito e mangio”, con il barone von Riedesel, con tre servitori e con “una guida” Winckelmann salì sul Vesuvio che eruttava. Fu un’ascesa faticosa e pericolosa: a un certo punto la guida si rifiutò di proseguire, ma il D’Hancarville minacciò l’uomo con il bastone, e lo convinse: fu proprio il barone a mettersi in testa al gruppo, facendo luce con una fiaccola. “ Noi lo seguivamo con le scarpe crepate, e perciò ci scottavamo le piante dei piedi. Giunti al cratere lo trovammo coperto dalla lava ardente, a tal punto che non si vedeva l’apertura. E qui fui io il primo a spogliarmi per asciugare la camicia e i miei compagni fecero lo stesso. Intanto vuotammo un paio di fiaschi di rosolio, e quando fummo asciugati, cercammo la via del ritorno, che era ancora più pericolosa dell’andata. Insomma, per dirla in breve, giungemmo verso mezzanotte ai nostri calessini, bevemmo alcuni fiaschi di “lacryma christi” a Resina e tornammo a Napoli. L’eruzione cominciò da tre aperture, e i torrenti di fuoco erano tanto terribili che, se non si fossero divisi, riempiendo una profonda valle, sarebbe stata la fine di Portici”.