Un’industria napoletana: i calchi delle “antichità” di Pompei e di Ercolano.

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Le tecniche delle fonderie napoletane, tra le più raffinate d’Europa già alla fine del ‘700, consentirono a Giorgio Sommer e a Gennaro Chiurazzi di costruire a Napoli, nel sec. XIX, un’industria importante: la riproduzione, in metallo, dei reperti archeologici, soprattutto di quelli di Ercolano e di Pompei. Le richieste arrivavano, in gran numero, dai musei e dai collezionisti pubblici e privati. Correda l’articolo l’immagine di una delle molte versioni antiche di “Venere che si slaccia il sandalo”, tutte poi  riprodotte in decine di “copie”.

 

La storia della produzione di calchi e repliche delle “antichità” di Pompei e di Ercolano partì subito, con i primi ritrovamenti. Scrive il Colzani che nel 1765 la Real Fonderia di Portici produceva repliche di statue e busti che dovevano essere spedite a Carlo, che da sei anni era re di Spagna. Dopo il 1860, diventando sempre più intensa la richiesta dei musei europei e americani e dei collezionisti privati, si sviluppò una vera e propria industria dei calchi di manufatti antichi. Basti ricordare che alla fine del sec. XIX John Wanamaker donò al “Penn Museum” di Filadelfia  una collezione “ di quasi 400 riproduzioni di statue, arredi e utensili rinvenuti a Ercolano e a Pompei” ( White-Horn). Le botteghe più importanti furono la “Fonderia Artistica Sommer” e la “Fonderia Chiurazzi”, che aveva assorbito l’officina di De Angelis. Tra l’ultimo decennio dell’’800 e i primi anni del ‘900 furono attive anche altre officine: del resto, “una volta che calchi e repliche furono messi in circolazione e resi facilmente reperibili, la riproduzione delle opere delle collezioni pompeiane ed ercolanesi sfuggì completamente al controllo e fu resa accessibile a chiunque volesse cimentarvisi.” (G. Colzani).

Il tedesco Giorgio Sommer, famoso fotografo, volle che la sua officina limitasse il suo catalogo a oggetti pompeiani ed ercolanesi e si specializzasse nella riproduzione di piccoli bronzi, mentre il catalogo Chiurazzi del 1929 comprendeva le riproduzioni non solo dei capolavori dell’arte antica, ma anche del David di Michelangelo, del “Ratto di Proserpina” del Bernini, dei bronzi del Giambologna e della Cassetta Farnese di Capodimonte, magnifico scrigno d’argento dorato,con piccole figure di disegno michelangiolesco, ornato da cristalli di rocca finemente intagliati, lapislazzuli, smalti  (vedi immagine in appendice). Lo scrigno venne realizzato, tra il 1545 e il 1560, dall’argentiere fiorentino Manno Sbarri, che si crede sia stato allievo del Cellini, mentre Giovanni Bernardi incise i cristalli di rocca, ispirandosi ai disegni di Perin del Vaga. “Il tutto era disponibile in diverse patinature (le più comuni erano la patina “Ercolano” – “verde scuro e quasi lucido” -, quella “Pompei” – “verde e blu non brunito” e quella “moderna” o “rinascimento” – “bruno, lucido, brunito”” (Colzani). Gennaro Chiurazzi, che aveva fondato la sua bottega a conduzione famigliare nel 1870, era stato allievo dello scultore e fonditore Pietro Masulli ( Candela 1826 – 1876), autore del “Giordano Bruno” collocato nel Cortile delle Statue dell’Università di Napoli.

Agli inizi del ‘900 la fonderia, guidata da Salvatore e Federico Chiurazzi, figli del fondatore, dava lavoro a centinaia di persone. Decisiva, per lo sviluppo, era stata l’autorizzazione concessa al fondatore di realizzare i calchi, in gesso, in colla o in gelatina, proprio là dove si trovavano gli oggetti da riprodurre, che venivano protetti, durante l’operazione di “copia”, da una particolare pellicola. I “magazzini” della fonderia arrivarono a custodire più di duemila calchi e strumenti capaci di modificare, nelle copie,le misure degli originali, mantenendo inalterate le proporzioni, anche grazie al perfezionamento del pantografo costruito da Benjamin Cheverton: insomma, l’officina Chiurazzi fu il “luogo” in cui si celebrava la storia gloriosa delle fonderie napoletane, tra le più importanti d’Europa già nei primi anni del sec.XIX.

La fonderia non riproduceva solo sculture, m anche arredi e utensili metallici, e dopo il 1880 lavorò anche per le opere originali dei più importanti artisti contemporanei: in una officina installata a Roma, i tecnici di Chiurazzi fusero circa “50 t. di bronzo” per la realizzazione “della quadriga dell’Unità per il Vittoriano”( Colzani). “Riproduzioni” costruite da Sommer e da Chiurazzi vennero acquistate dai pittori e dagli scultori che “raccontarono” nei loro quadri la vita quotidiana dell’antica Pompei, da Alma Tadema, da Camillo Miola e da Giovan Battista Amendola, l’importante artista di Episcopio di Sarno che merita di non essere dimenticato.