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Anche nelle “battaglie” politiche, come in quelle combattute dagli eserciti, vince chi conosce la psicologia dell’avversario, e riesce a sorprenderlo con manovre imprevedibili. Il sig. Salvini si è fatto “sorprendere” più volte dagli attacchi improvvisi di Giuseppe Conte, il capo del governo, che è un avvocato. La geniale “mossa” con cui Giulio Cesare vinse la decisiva battaglia di Farsalo, pur trovandosi in condizioni di assoluto svantaggio rispetto all’esercito di Pompeo. Alle “battaglie” politiche si riferisce, ironicamente, il quadro di W. Hogarth (1754).

 

Mi sono ricordato di questa lezione di Cesare ieri sera, quando, violando una regola che rispettavo da tempo, ho trovato la forza per vedere e per ascoltare il sig. Salvini che, senza il sostegno della signora Meloni e del signor Berlusconi, cercava, in Tv, di presentare agli spettatori come un fallimento dannoso e ingiurioso per l’Italia l’accordo sottoscritto per il “recovery found” dal capo del governo Non entro nel merito della questione, che è “roba” di politici – di politici competenti – e di economisti, ma le “armi” e le tattiche della “polemica” suscitano da sempre la mia attenzione. Giustamente Richard Preston sosteneva che, se l’uso di un lessico ha una sua logica, l’arte della guerra la dovrebbero studiare non solo gli ufficiali degli eserciti, ma anche i politici e i protagonisti delle competizioni sportive, e qualcosa ne dovremmo sapere noi tutti, perché certe parole, “battaglia”, “contrasto”, “schieramento”, “avversario”, “sconfitta”, “vittoria”, le usiamo in molti momenti della nostra vita quotidiana.Il 9 agosto (secondo il calendario pregiuliano) del 48 a.C. nella pianura di Farsalo Cesare e Pompeo combattono la battaglia che conclude una terribile guerra civile, pone fine alla storia della Repubblica e segna l’inizio dell’Impero.Cesare parte da una condizione di chiaro svantaggio: Pompeo dispone di 40000 legionari, quasi il doppio dei soldati di Cesare, e doppio è il numero dei cavalieri, che egli impiegherà nella manovra decisiva, giudicando che Cesare non potrà fermare in nessun modo il loro attacco. Il comando dei cavalieri Pompeo lo affida a Labieno, che è stato il “secondo” di Cesare nei sei anni della guerra per la conquista della Gallia e che all’inizio della guerra civile ha cambiato bandiera. Cesare racconta, con geniale freddezza, che poco prima della battaglia Labieno parla ai Pompeiani, “copre di disprezzo” le truppe di colui che era stato il suo comandante, e prima che qualcuno dei presenti gli ricordi che quei soldati avevano combattuto in Gallia ai suoi ordini, spiega che a Farsalo Cesare ha portato truppe da poco arruolate: i legionari vincitori degli Elvezi, di Ariovisto e di Vercingetorige sono quasi tutti morti, o in battaglia, o “nelle epidemie autunnali”, e i sopravvissuti si sono congedati. I Pompeiani sono così sicuri di vincere che i loro capi si sono già spartiti, non pacificamente, le cariche pubbliche e il patrimonio di Cesare e dei cesariani. Cesare conosce Pompeo, sa che è uno “scolastico”, che non riesce ad affrontare le “sorprese”, e che le sue scelte sono tutte prevedibili: lo “vede”, come se fosse davanti a lui, mentre cerca di nascondere ai suoi le incertezze e la paura che però vengono implacabilmente rivelate dalla “tristezza” del suo volto.La tattica di Pompeo è semplice: i 7000 cavalieri di Labieno, tra i quali sono schierati i giovani delle più nobili famiglie di Roma, attaccheranno il lato destro dello schieramento nemico, metteranno in fuga i pochi cavalieri di Cesare, e prenderanno alle spalle le legioni del centro e della sinistra. Per il conquistatore della Gallia sarà la disfatta. E così pare che sia, all’inizio. Il velo della cavalleria cesariana si dissolve subito, ma nascosta dietro quel velo i cavalieri di Pompeo, che già gustavano il sapore della vittoria, trovano una amara “sorpresa”: 3000 fanti, scelti da Cesare stesso, uno per uno, tra i veterani delle guerre contro i Galli: essi vanno all’attacco dei cavalieri di Labieno, e con i “pila”, gli acuminati giavellotti, colpiscono non le loro gambe, ma i loro volti, spaccano i denti e gli occhi, squarciano le guance. Questo è stato l’ordine di Cesare. I giovani pompeiani dei primi squadroni non sopportano la deturpazione orribile, fanno girare i cavalli, fuggono e innescano la fuga a catena degli altri squadroni, delle legioni, di Pompeo stesso, che se la squaglia con poca dignità. I veterani di Cesare “tutti sfregiati, sdentati, ammaccati” da sette anni di guerra in Gallia,“da molto tempo avevano smesso”, scrive Andrea Frediani, di porsi il problema dell’integrità dei lineamenti del volto.

Aveva ragione Clausewitz: non puoi vincere le battaglie, se non conosci la psicologia del tuo avversario, perché sarà proprio questa conoscenza a suggerirti la tattica adatta, e se non sai “nasconderti” al tuo avversario, se non sai sorprenderlo con una manovra che lui non sia in grado di prevedere. Il sig. Salvini, a cui piace la polemica di attacco, conosce una sola tattica di “battaglia” e la usa contro tutti i suoi avversari. Giuseppe Conte, il capo del governo, lo ha messo in difficoltà almeno due volte con attacchi a sorpresa.Il 20 agosto del 2019, il giorno in cui si dimise, Conte attaccò all’improvviso il capo della Lega, che stava seduto accanto a lui sul banco del governo, e senza alterare il tono della voce, ma argomentando con calma come per illustrare la soluzione di un problema, condusse l’attacco da più lati, anche contro l’abitudine del sig. Salvini di mischiare temi politici e simboli della fede. Qualche giorno fa, durante le complicate trattative per il “recovery fund”, quando più aspro era il confronto con i così detti “Paesi frugali”, Conte ha detto che il premier olandese Rutte doveva fare i conti con i sovranisti del suo Paese e che anche lui ha il “suo Salvini”, e cioè Geert Wilders. Il quale Wilders, che è amico di Salvini, ha accusato oggi Rutte di aver “regalato” i soldi degli Olandesi agli Italiani che non pagano le tasse.

Diceva Andreotti, che era un ammiratore di Nereo Rocco e del calcio “all’italiana”, che per un politico il vero “peccato mortale” è quello di esporsi al contropiede dei suoi avversari.