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Il valore simbolico dei riti dei fujenti e il ricordo delle cerimonie che i “vattienti”di Marittiello, mitico capo paranza ottavianese, svolgevano molti anni fa, il Lunedì in Albis, a Ottaviano, in piazza San Lorenzo e in Piazza Municipio. I “vattienti” dell’Associazione ottavianese presieduta da Antonio Michele Pagano interpretano la tradizione con lodevole rispetto di tutti i suoi valori. La pandemia ha imposto il “silenzio” ai riti del Lunedì in Albis: può essere il silenzio della meditazione.

 

Per noi vesuviani, da sempre, il Lunedì in Albis è segnato dai riti dei fujenti. Negli anni della nostra giovinezza passavamo l’intera mattinata davanti al Circolo Diaz, per vedere la sfilata delle paranze dei fujenti che venivano dai paesi vicini e, accompagnati dalla musica, si dirigevano a Madonna dell’Arco. E poi salivamo in Piazza Municipio per assistere alla scenografica esibizione dei vattienti di Marittiello, mitico capo paranza, che rendevano  omaggio al Monumento dei Caduti: mentre i compagni saltellavano senza sosta, il portabandiera avanzava caracollando verso la lapide con i nomi dei Caduti, e poi di scatto retrocedeva con la stessa andatura; più volte si ripeteva il doppio movimento, e ogni volta la velocità cresceva, e crescevano di intensità il saltellio degli altri fujenti, l’attenzione della folla, le note della “ Leggenda del Piave “.. In ultimo, il tamburo ordinava il silenzio assoluto, e in questo magico vuoto carico di tensione la bandiera portata di corsa in avanti andava a toccare la Lapide. E dagli occhi di molti sgorgavano lacrime.. Questa arte e questa passione le ho riviste, da qualche anno, nel modo con cui i riti vengono interpretati dai vattienti  ottavianesi dell’Associazione Maria SS. D’Arco che ha la sede in Piazza Municipio: ne è presidente  Antonio Michele Pagano, che “vive” la bellezza della tradizione con una dedizione assoluta della mente e del cuore ( vedi le immagini che corredano l’articolo). In un saggio del 1974 Roberto De Simone avanzò l’ipotesi che gli “svenimenti” rituali  fossero un simbolo da mettere in relazione con i fenomeni del tarantismo “vesuviano”, prodotto dal morso della vipera e sanato dalla grazia della Madonna dell’Arco. De Simone vide nei moti del “fuggire” le tracce di antichi riti in cui “lo stato di possessione” costringeva il posseduto a correre manifestando phobos e lyssa, paura e ira: il tutto all’interno di un’ idea della vita come battaglia quotidiana contro i démoni ostili: si spiegherebbe così la presenza nel culto di elementi guerreschi: la memoria dei Caduti, inni militari, tamburi e trombe. De Simone non ha dubbi: nel culto della  Madonna dell’ Arco confluiscono aspetti del culto dei morti, la paura della morte fisica e spirituale, e soprattutto, “ antichi riti primaverili di morte e resurrezione ( i riti di Cibele, e l’atto di cadere a terra e di rialzarsi).”

L’eruzione del 1631 è il varco attraverso il quale idee e cerimonie da millenni “ dimenticate” negli ipogei della coscienza mitica salgono alla superficie, promuovono nuovi riti, danno significato nuovo a riti già codificati. I vesuviani atterriti  cercano conforto nella religione della Madre, e il culto della Madonna Nera – del Carmine, di Castello, dell’Arco, di Montevergine- dà proprio le risposte che essi si aspettano. La società contadina  richiama alla memoria collettiva  le forme della religiosità antica, che a Pompei si manifestava nei culti di divinità femminili, Venere,  Rea – Cibele e Iside. Sull’importanza del culto di Iside a Pompei e sul suo rapporto con il culto dei morti  hanno scritto pagine notevoli  il Maiuri e il Delorme: la festa più importante si celebrava il 5 marzo e prendeva il nome di Navigium Isidis, poiché Iside proteggeva la navigazione reale e anche quella metaforica, il viaggio attraverso  il mare della vita e la nera palude della morte: l’iniziato muore per rinascere, così come il fujente sviene per acquistare una nuova coscienza di sé. Giova ricordare che il “tosello” dei fujenti ha spesso la forma della barca. E nella mirabile descrizione che Apuleio fa della processione di Iside nel libro XI delle “Metamorfosi” il primo dei pontefici del culto regge una lucerna tutta d’oro, a forma di barchetta, il secondo porta i reliquiari “ detti del soccorso “,  perché testimoniano “ la provvidenza della dea”, il terzo leva in aria una palma d’oro  e, insieme, il caduceo di Mercurio, e cioè i simboli della vita e della morte. Nella processione che Apuleio descrive con la commozione dell’iniziato ci sono molti elementi significativi: tutti coloro che partecipano al corteo, uomini e donne, sono vestiti di bianco e reggono lucerne; flauti, sistri e zampogne  dettano il ritmo della cerimonia; alcune donne portano  dietro la schiena  specchi  in cui la dea che sopraggiunge può  vedere la folla accorsa a renderle omaggio; il corteo è aperto da una rumorosa mascherata: uno si è vestito da filosofo, un altro da donna, un altro ancora da magistrato. Maschere e specchi sono simboli eterni. Il passo delle “Metamorfosi” è una raffinata descrizione di movimenti e di gesti, che costruiscono spazio e lo riempiono di tutti i sensi del sacro. Come poi faranno i fujenti. Nei riti antichi i cori e la musica si spegnevano all’improvviso nella dimensione sacra del silenzio. E forse il silenzio “imposto” di questo Lunedì in Albis, di questi lunghi mesi, è un invito a riconsiderare la natura delle cose, a rifondare, a ripartire.